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sabato 25 gennaio 2014

Noi , malati di tristezza

Cari amici, vorrei proporvi parte di una recensione di un libro interessante "L' epoca delle passioni tristi" edito da Feltrinelli, che Umberto Galimberti fece nel Giugno del 2004.



[...]Si tratta di passioni che lasciano le famiglie disarmate e angosciate all' idea di non essere in grado di provvedere al problema che affligge uno dei loro componenti, quindi di non essere una «buona famiglia», quando invece le passioni tristi hanno la loro origine nella crisi della società che, senza preavviso, fa il suo ingresso nei centri di consulenza psicologica e psichiatrica, lasciando gli operatori disarmati. In che consiste questa crisi? Da un cambiamento di segno del futuro: dal «futuro-promessa» al «futuro-minaccia». E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro (a differenza della psiche depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta concentrata sul presente) quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora «il terribile è già accaduto», perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l' energia vitale implode. Per i due psichiatri francesi, e io concordo con loro, tutto ciò è incominciato con la morte di Dio che ha segnato la fine dell' ottimismo teologico, che visualizzava il passato come male, il presente come redenzione, il futuro come salvezza. La morte di Dio non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi. La scienza, l' utopia e la rivoluzione hanno proseguito, in forma laicizzata, questa visione ottimistica della storia, dove la triade: colpa, redenzione, salvezza trovava la sua riformulazione in quell' omologa prospettiva dove il passato appare come male, la scienza o la rivoluzione come redenzione, il progresso (scientifico o sociologico) come salvezza. […] L' Occidente, abbandonato il pessimismo degli antichi greci che, a sentire Nietzsche: «Sono stati gli unici ad avere la forza di guardare in faccia il dolore», si è consegnato senza riserve all' ottimismo della tradizione giudaico-cristiana che, sia nella versione religiosa, sia nelle forme laicizzate della scienza, dell' utopia e della rivoluzione, ha guardato l' avvenire sorretta dalla convinzione che la storia dell' umanità è inevitabilmente una storia di progresso e quindi di salvezza. Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie, esplosioni di violenza, forme di intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il futuro dall' estrema positività della tradizione giudaico-cristiana all' estrema negatività di un tempo affidato alla casualità senza direzione e orientamento. Il futuro da «promessa» è diventato «minaccia». […]
Per dirla con Spinoza, viviamo in un' epoca dominata da quelle che il filosofo chiamava le «passioni tristi», dove il riferimento non era al dolore o al pianto, ma all' impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso, che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l' Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà. […]
Certo nessuno si reca a un consultorio psicologico per un adolescente esordendo: «Buongiorno dottore, soffro molto a causa della crisi storica che stiamo attraversando». In compenso i consultori sono quotidianamente sollecitati da genitori e insegnanti che non sanno più come far fronte all' indolenza dei loro figli o dei loro alunni, ai processi di demotivazione che li isola nelle loro stanze a stordirsi le orecchie di musica, all' escalation della violenza, allo stordimento degli spinelli che intercalano ore di ignavia. Come sono riconducibili tutti questi sintomi alla «crisi storica»? La mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nell' assoluto presente. Meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva. Ciò significa che nell' adolescente non si verifica più quel passaggio naturale dalla libido narcisistica (che investe sull' amore di sé) alla libido oggettuale (che investe sugli altri e sul mondo). In mancanza di questo passaggio, bisogna spingere gli adolescenti a studiare con motivazioni utilitaristiche, impostando un' educazione finalizzata alla sopravvivenza, dove è implicito che «ci si salva da soli», con conseguente affievolimento dei legami emotivi, sentimentali e sociali. La mancanza di un futuro come promessa non conferisce ai genitori e agli insegnanti l' autorità di indicare la strada. Tra adolescenti e adulti subentra allora un rapporto «contrattualistico» dove genitori e insegnanti si sentono continuamente tenuti a giustificare le loro scelte nei confronti del giovane, che accetta o meno ciò che gli viene proposto in un rapporto ugualitario. Ma la relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l' adolescente come un proprio pari significa non contenerlo, e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all' ansia che ne deriva. Quando i sintomi di disagio si fanno evidenti l' atteggiamento dei genitori e degli insegnanti oscilla tra la coercizione dura (che può avere senso quando le promesse del futuro sono garantite) e la seduzione di tipo commerciale di cui la cultura berlusconiana che si va diffondendo è un esempio. Senonché anche i giovani di oggi devono fare il loro Edipo, devono cioè esplorare la loro potenza, sperimentare i limiti della società, affrontare tutte le funzioni tipiche dei riti di passaggio dell' adolescenza, tra cui uccidere simbolicamente l' autorità, il padre. E siccome questo processo non può avvenire in famiglia dove, per effetto dei rapporti contrattuali tra padri e figli, l' autorità non esiste più, i giovani finiscono col fare il loro Edipo con la polizia, scatenando nel quartiere, nello stadio, nella città, nella società la violenza contenuta in famiglia. Sono, questi, due esempi dei molti che gli autori del libro illustrano per mostrare il nesso tra il passaggio storico del futuro come promessa al futuro come minaccia e le manifestazioni psico (pato) logiche del disagio dei giovani che non riescono più a percepire l' integrazione sociale, l' acquisizione dell' apprendimento, l' investimento nei progetti, come qualcosa di connesso a un loro desiderio profondo, che è poi il desiderio di desiderare la vita. A ciò si aggiunga che le passioni tristi e il fatalismo non mancano di un certo fascino, ed è facile farsi sedurre dal canto delle sirene della disperazione, assaporare l' attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla notte apocalittica che, dalla minaccia nucleare a quella terroristica, cade come un cielo buio su tutti noi. Ma è anche vero che le passioni tristi sono una costruzione, un modo di interpretare la realtà, non la realtà stessa, che ancora serba delle risorse se solo non ci facciamo irretire da quel significante oggi dominante che è l' insicurezza. Certo la nostra epoca smaschera l' illusione della modernità che ha fatto credere all' uomo di poter cambiare tutto secondo il suo volere. Non è così. Ma l' insicurezza che ne deriva non deve portare la nostra società ad aderire massicciamente a un discorso di tipo paranoico, in cui non si parla d' altro se non della necessità di proteggersi e sopravvivere, perché allora si arriva al punto che la società si sente libera dai principi e dai divieti, e allora la barbarie è alle porte. Se l' estirpazione radicale dell' insicurezza appartiene ancora all' utopia modernista dell' onnipotenza umana, la strada da seguire è un' altra, e precisamente quella della costruzione dei legami affettivi e di solidarietà, capaci di spingere le persone fuori dall' isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle, in nome degli ideali individualistici che, a partire dall' America, si vanno paurosamente diffondendo anche da noi. 


sabato 14 dicembre 2013

UNA VITA DA VINCENTE...

“Sono pronto, disse il rabbino, perché dopo tutto non mi verrà chiesto: Perché non sei stato Mosè?, ma solo: Perché non sei stato te stesso?”
(da un racconto di Martin Buber)


Dando uno sguardo in libreria, mi sono accorto che ci sono tanti libri che offrono soluzioni veloci e semplici per essere persone VINCENTI e FELICI. Sempre più persone sentono il bisogno di leggerli e vanno in cerca di tecniche, strategie e soluzioni per mettere a tacere il senso di frustrazione, la loro insicurezza, il poco guadagno, ecc…

Queste teorie vengono a noi da un pensiero nato in America che definisce vincente una persona di successo e perdente una persona che non raggiunge i suoi obiettivi. Credo che assecondare questa visione del mondo ci porti a considerare la vita e gli altri, nostri antagonisti, forze, appunto, da vincere e non alleati e compagni di viaggio. Il rischio è che per essere vincenti rendiamo perdenti altre persone.
Io preferisco considerare vincenti coloro che vivono in modo autentico, degni di fiducia, capaci di sognare e realizzare i propri sogni. In questo senso, condivido l’espressione di Buber che ho citato, perché ci fa comprendere che l’essere vincenti è alla portata di tutti.
La persona vincente, conosce se stessa nell’autenticità, realizza la propria individualità e quella degli altri, senza dedicare la propria vita a fabbricare immagini ideali di sé. I vincenti non hanno bisogno di indossare maschere per compiacere gli altri e illudere se stessi, non nascondono i propri errori e non si lasciano schiacciare dai fallimenti, ma reagiscono senza perdere la fiducia in se stessi e negli altri. Hanno il gusto della vita, senza i sensi di colpa si godono i propri successi e senza invidia partecipano di quelli degli altri.
Ma se tutti nasciamo capaci di essere vincenti, le esperienze che possiamo vivere nell’infanzia possono contribuire a mortificare questa nostra risorsa e quindi, a trasformarci in perdenti.
Le persone perdenti evitano le proprie responsabilità, hanno imparato a manipolare gli altri e se stessi e si sono così abituati alla parte che recitano da convincersi di essere in quel modo.  Sono persone che parlano di se come vincenti, si mostrano forti e di successo, ma sono ansiose, si sentono in trappola e infelici o annoiati. Un perdente vive soprattutto nel passato, nelle occasioni sprecate, o si aggrappa con nostalgia a situazioni di un tempo; si lamenta della cattiva sorte e da la responsabilità dei suoi insuccessi a qualcun altro: “se avessi fatto, se tu non fossi così, se ci fosse lavoro, se avessi avuto genitori, marito, città… diversi. Oppure vive nel futuro, sperando in un intervento divino, in una situazione fortuita e aspetta il principe azzurro, aspetta che i figli crescano per…. che il marito cambi, che gli altri siano…
Così, vivendo nel passato o proiettandosi nel futuro, non riescono a cogliere il presente, le grandi possibilità, le preziose risorse che l’Oggi offre.
Se fino ad ora abbiamo scelto una strada, illudendoci, siamo destinati a percorrerla per sempre? Certamente no! Ogni volta che vogliamo, abbiamo il potere di cambiare!

Ognuno di noi può essere vincente, proprio perché, l’esserlo, non dipende da condizioni esterne, ma da una scoperta interna. Ogni volta che percorri un passo nella conoscenza di te, stai avanzando nella direzione del vincente. Conoscere se stessi significa vivere con autenticità e dono la propria esistenza. Ecco perché ho scelto di fare il counselor, per aiutare tutti coloro che vogliono ad essere vincenti, come a mia volta sono stato aiutato, prima incontrando un Dio che ha il desiderio che io vinca e poi dalla presenza di altre persone.

mercoledì 4 dicembre 2013

I SOGNI CI AIUTANO A VIVEVERE

A differenza delle psicoanalisi freudiana e junghiana, per la psicologia gestaltica attraverso il sogno, l’individuo si dice ciò di cui evita di prendere consapevolezza nello stato di coscienza ordinaria. Secondo F.Perls, tutti gli aspetti del sogno sono parti di sé, frammenti della propria personalità. Lavorando attraverso l’identificazione con questi aspetti vi è la possibilità di recuperare il proprio potenziale proiettato nelle immagini oniriche.
Ecco perchè in terapia gestaltica i sogni non vengono interpretati, come nella psicoanalisi, ma di essi si fa esperienza.
Attraverso il counseling, si cerca di recuperare, passo per passo, le parti ripudiate della personalità finchè la persona comprende dove le mancanze e quali sono i sintomi.
In questo modo ci si riappropria di queste parti proiettate e frammentate della propria personalità, e di conseguenza, del potenziale nascosto che compare nel sogno.
Perls dà molta attenzione ai sogni ricorrenti, che spesso sono degli incubi. Anche qui si differenzia in modo sostanziale da Freud per quanto riguarda la coazione a ripetere. Se il sogno é ricorrente e si continua a ripetere, esso non si può definire una ‘coazione a ripetere tout court e, per tale motivo un meccanismo che non ha via d’uscita, che non permette una risoluzione, ma è una gestalt incompleta, non ancora chiusa cioè un problema che non é stato risolto e che emerge di volta in volta per essere affrontato.
Pertanto, questo ripresentarsi continuamente del sogno o dell’incubo non é altro che un tentativo di riportare in superficie una questione non risolta per poterla riconoscerla, affrontarla, e farla retrocederla di conseguenza sullo sfondo.
I sogni ripetuti o gli incubi sono considerati da Perls come dei messaggi di avvertimento che tendono a ‘frustrare” la persona per sollecitarla ad andare avanti, a superare l’impasse che le impedisce la crescita.
I sogni ricorrenti sono, quindi, per Perls i sogni migliori perché rivelerebbero chiaramente un problema non risolto e, perciò, facilmente individuabile.

Detto questo comprendiamo come realmente i sogni ci aiutino a vivere, perché è il nostro corpo che si muove in nostro soccorso al nostro malessere.

venerdì 29 novembre 2013

QUESTIONE DI RESPONSABILITA'

"se ti assumi la responsabilità di quello che stai facendo, del modo in cui produci i tuoi sintomi, del modo in cui produci la tua malattia, del modo in cui produci la tua esistenza - al momento stesso in cui entri in contatto con te stesso - allora ha inizio la crescita, ha inizio l'integrazione" 

(F.Perls)

E' davvero difficile questo passo, perchè siamo portati ad attribuire agli altri la causa della nostra sofferenza e le conseguenze delle nostre scelte: "se mia madre non fosse così.... se mio padre fosse stato diverso.... se quell'uomo e quella donna mi amasse davvero.... " allora io sarei.... io potrei.... 
per noi è più facile, perchè assumerci la responsabilità delle nostre scelte A VOLTE è doloroso, ma SEMPRE è liberante e mette in moto energie nuove e risorse inaspettate.
Scoprire le nostre responsabilità significa mettere nelle nostre mani la vita e la nostra storia.

mercoledì 27 novembre 2013

PREGHIERA DELLA GESTALT


"Io sono io. Tu sei tu.
Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.
Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.
Se ci incontreremo sarà bellissimo;
altrimenti non ci sarà stato niente da fare."
(Fritz Perls)






lunedì 25 novembre 2013

MA CHE STRESS...!?!


La parola stress è ormai diffusissima nei nostri discorsi ma che significa realmente e cos’è lo stress?
Il termine deriva dalla parola latina strictus ( stretto, serrato, compresso) e definisce la modalità di risposta dell’organismo a degli stimoli di natura fisica o psichica che interferiscono con l’equilibrio dell’organismo. Lo Stress deriva dalla teoria dell’OMEOSTASI che indica la capacità di autoregolazione degli esseri viventi, importantissima per mantenere costante l'ambiente interno, nonostante le variazioni dell'ambiente esterno (concetto di equilibrio dinamico).
Seley definisce in questo modo lo stress:
Lo stress è il processo attraverso il quale l’organismo si attiva in risposta ad uno stimolo ambientale o ad uno stimolo interno all’organismo stesso, e si prepara a fronteggiarlo in qualche modo”.
Da questa definizione non si evince nessuna accezione negativa del termine stress, quale invece comunemente lo intendiamo. 
Parliamo invece di stress con valenza negativa quando questa attivazione non ha successo, ossia quando questa attivazione non è in grado di rimuovere lo stimolo, o gestirlo, per poi tornare ad uno stato di quiete. In questi casi Seley parla di esaurimento, da cui il concetto di esaurimento nervoso.
Per questo motivo è importante avere strategie che ci aiutino ad attivare al meglio la nostra capacità di gestire gli agenti stressanti.


Agenti stressanti (gli Stressors) diversi provocano sempre la stessa reazione biologica che Seley definisce come  Sindrome Generale di Adattamento (S.G.A.)
Ogni stressor che perturba l'omeostasi dell'organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichiche, emotive, locomotorie, ormonali e immunologiche. Infatti si stanno moltiplicando le patologie legate ad uno stile di vita "stressante".


Le cause maggiore di stimoli stressanti non sono legate al lavoro e ai vari impegni, ma anche alle nostre relazioni, per cui imparare a gestire una vita relazionale sana, ci aiuta notevolmente ad eliminare le conseguenze negative dello stress.




Secondo Seley la SGA si articola in tre fasi:
  •     * La prima fase detta "allarme" attivata dalla presenza dello stimolo ambientale (positivo o negativo) innesca la risposta primordiale alla sopravvivenza, sia a livello fisico (aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della glicemia, del tono muscolare, del metabolismo e di alcuni neurotrasmettitori),sia a livello psico emotivo con l'aumento dello stato di allerta e di "tensione emotiva".
  •     * La seconda fase detta "resistenza", è di estrema importanza, poiché mette in atto un complesso programma, sia biologico che comportamentale, che sostiene la risposta agli stimoli ambientali, con l'attivazione di una complessa risposta ormonale che ci aiuta inizialmente a resistere all'interazione con gli stimoli ambientali.
  •     * A questo punto se non avviene la CONCLUSIONE (superato lo stress, si torna ad un periodo di calma) si passa ad una terza fase detta "esaurimento". Questa rappresenta, purtroppo, il fallimento dei tentativi attuati dai meccanismi difensivi per realizzare una risposta adeguata agli stimoli ambientali. Questa fase determina inconsapevoli alterazioni permanenti. L'organismo perde la capacità di adattarsi in modo funzionale agli stimoli ambientali, mantenendo una risposta ormai inadeguata che predispone allo sviluppo di malattie anche croniche, che possono interessare sia la sfera fisica che psicologica.


Il modo che ognuno di noi trova per fronteggiare una situazione di stress è definito da Lazarus e Folkman, “coping”.  Quindi il COPING è l’insieme delle strategie cognitive e comportamentali messe in atto dalla persona per fronteggiare una situazione di stress. Il coping può essere interpretato come uno stile o un tratto tipico della persona. Infatti i tratti della personalità sono i modi di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi.