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venerdì 20 dicembre 2013

I PARADOSSI CHE CI FANNO MALE

Cari amici, voglio condividere con voi una riflessione che ho letto di recente. Il mio intento non è quello di essere distruttivo o pessimista, ma al contrario, quello di riflettere per cambiare. Solo quando prendiamo consapevolezza di ciò che accade in noi e attorno a noi, possiamo scegliere di introdurre cambiamenti.
Scegliamo di iniziare a provare nuove strade se quelle che stiamo percorrendo non ci hanno portato felicità?



"Il paradosso della nostra epoca storica è che abbiamo edifici più alti ma temperamenti più corti, strade più larghe ma punti di vista più stretti.
Spendiamo di più ma abbiamo di meno; compriamo di più ma gustiamo di meno.
Abbiamo case più grandi ma famiglie piccole,più comodità ma meno tempo; abbiamo più lauree e poco buon senso.
Abbiamo più conoscenze, ma meno criterio; più specialisti, ma ancora più problemi, più medicine ma meno benessere.
Beviamo troppo, fumiamo tropo, spendiamo tropo incautamente, ridiamo troppo poco, rimaniamo alzati fino a tardi, ci svegliamo troppo stanchi, leggiamo troppo poco, guardiamo troppo la tv e preghiamo raramente.
Abbiamo moltiplicato le nostre proprietà, ma ridotto i nostri valori.
Parliamo troppo, amiamo troppo poco, e odiamo troppo spesso.
Abbiamo imparato a condurre un'esistenza, non una vita; abbiamo aggiunto anni alla nostra vita e non vita agli anni.
Abbiamo raggiunto la luna e ne siamo tornati, ma abbiamo problemi ad attraversare la strada per incontrare un nostro vicino.
Abbiamo conquistato lo spazio esterno e non quello interiore.
Abbiamo fatto cose più eclatanti, ma non cose migliori.
Abbiamo pulito l'aria, ma a abbiamo inquinato l'anima.
Abbiamo conquistato l'atomo, ma non il nostro pregiudizio.
Scriviamo di più, ma impariamo di meno.
Progettiamo di più, ma completiamo di meno.
Abbiamo imparato ad affrettarci, ma non ad aspettare.
Costruiamo più computer per contenere più informazioni e produrre più copie che mai, ma comunichiamo sempre meno. "
Bob Moorehead

sabato 14 dicembre 2013

UNA VITA DA VINCENTE...

“Sono pronto, disse il rabbino, perché dopo tutto non mi verrà chiesto: Perché non sei stato Mosè?, ma solo: Perché non sei stato te stesso?”
(da un racconto di Martin Buber)


Dando uno sguardo in libreria, mi sono accorto che ci sono tanti libri che offrono soluzioni veloci e semplici per essere persone VINCENTI e FELICI. Sempre più persone sentono il bisogno di leggerli e vanno in cerca di tecniche, strategie e soluzioni per mettere a tacere il senso di frustrazione, la loro insicurezza, il poco guadagno, ecc…

Queste teorie vengono a noi da un pensiero nato in America che definisce vincente una persona di successo e perdente una persona che non raggiunge i suoi obiettivi. Credo che assecondare questa visione del mondo ci porti a considerare la vita e gli altri, nostri antagonisti, forze, appunto, da vincere e non alleati e compagni di viaggio. Il rischio è che per essere vincenti rendiamo perdenti altre persone.
Io preferisco considerare vincenti coloro che vivono in modo autentico, degni di fiducia, capaci di sognare e realizzare i propri sogni. In questo senso, condivido l’espressione di Buber che ho citato, perché ci fa comprendere che l’essere vincenti è alla portata di tutti.
La persona vincente, conosce se stessa nell’autenticità, realizza la propria individualità e quella degli altri, senza dedicare la propria vita a fabbricare immagini ideali di sé. I vincenti non hanno bisogno di indossare maschere per compiacere gli altri e illudere se stessi, non nascondono i propri errori e non si lasciano schiacciare dai fallimenti, ma reagiscono senza perdere la fiducia in se stessi e negli altri. Hanno il gusto della vita, senza i sensi di colpa si godono i propri successi e senza invidia partecipano di quelli degli altri.
Ma se tutti nasciamo capaci di essere vincenti, le esperienze che possiamo vivere nell’infanzia possono contribuire a mortificare questa nostra risorsa e quindi, a trasformarci in perdenti.
Le persone perdenti evitano le proprie responsabilità, hanno imparato a manipolare gli altri e se stessi e si sono così abituati alla parte che recitano da convincersi di essere in quel modo.  Sono persone che parlano di se come vincenti, si mostrano forti e di successo, ma sono ansiose, si sentono in trappola e infelici o annoiati. Un perdente vive soprattutto nel passato, nelle occasioni sprecate, o si aggrappa con nostalgia a situazioni di un tempo; si lamenta della cattiva sorte e da la responsabilità dei suoi insuccessi a qualcun altro: “se avessi fatto, se tu non fossi così, se ci fosse lavoro, se avessi avuto genitori, marito, città… diversi. Oppure vive nel futuro, sperando in un intervento divino, in una situazione fortuita e aspetta il principe azzurro, aspetta che i figli crescano per…. che il marito cambi, che gli altri siano…
Così, vivendo nel passato o proiettandosi nel futuro, non riescono a cogliere il presente, le grandi possibilità, le preziose risorse che l’Oggi offre.
Se fino ad ora abbiamo scelto una strada, illudendoci, siamo destinati a percorrerla per sempre? Certamente no! Ogni volta che vogliamo, abbiamo il potere di cambiare!

Ognuno di noi può essere vincente, proprio perché, l’esserlo, non dipende da condizioni esterne, ma da una scoperta interna. Ogni volta che percorri un passo nella conoscenza di te, stai avanzando nella direzione del vincente. Conoscere se stessi significa vivere con autenticità e dono la propria esistenza. Ecco perché ho scelto di fare il counselor, per aiutare tutti coloro che vogliono ad essere vincenti, come a mia volta sono stato aiutato, prima incontrando un Dio che ha il desiderio che io vinca e poi dalla presenza di altre persone.

mercoledì 27 novembre 2013

C'ERA UNA VOLTA...

Cari amici vi racconto una favola di Steiner, Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.....

C'era una volta un luogo, molto, molto, molto tempo fa, dove vivevano delle persone felici. Fra queste persone felici ce n'erano due che si chiamavano Luca e Vera. Luca e Vera vivevano con i loro due figli Elisa e Marco.
Per poter comprendere quanto erano felici, dobbiamo spiegare come erano solite andare le cose in quel tempo e in quel luogo.
Vedete, in quei giorni felici, quando un bimbo nasceva trovava nella sua culla, posto vicino a dove appoggiava il suo pancino, un piccolo, soffice e caldo sacchetto morbido. E, quando il bambino infilava la sua manina nel sacchetto, poteva sempre estrarne un… "caldomorbido".
I caldomorbidi in quel tempo erano abbondantissimi e molto richiesti perché, in qualunque momento una persona ne sentisse il bisogno, poteva prenderne uno e subito si sentiva calda e morbida a lungo.


Se, per qualche motivo, la gente non avesse ricevuto con una certa regolarità dei caldomorbidi, avrebbe corso il rischio di contrarre una strana e rara malattia. Era una malattia che partiva dalla spina dorsale e che lentamente portava la persona ad incurvarsi, ad appassire e poi a morirne.
In quei giorni era molto facile procurarsi i caldomorbidi: se qualcuno li chiedeva, trovava sempre qualcun altro che li dava volentieri. Quando uno, cercando nel suo sacchetto, tirava fuori un caldomorbido, questo aveva la dimensione di un piccolo pugno di bambina ed un colore caldo e tenero. E subito, vedendo la luce del giorno, questo sorrideva e sbocciava in un grande e vellutato caldomorbido.
E quando era posto sulla spalla di una persona, o sulla testa, o sul petto, e veniva accarezzato, piano piano si scioglieva, entrava nella pelle e subito la persona si sentiva bene e per lungo tempo.

La gente a quel tempo si frequentava molto e si scambiava reciprocamente caldomorbidi. Naturalmente questi erano sempre gratis ed averne a sufficienza non era mai un problema.
Come dicevamo poc'anzi, con tutta questa abbondanza di caldomorbidi, in questo paese tutti erano felici e contenti, caldi e morbidi per la gran parte del tempo.
Ma, un brutto giorno, una strega cattiva che viveva da quelle parti si arrabbiò, perché, essendo tutti così felici e contenti, nessuno comprava le sue pozioni e i suoi unguenti.
La strega, che era molto intelligente, studiò un piano diabolico.
Una bella mattina di primavera, mentre Vera giocava serena in un prato con i bambini, avvicinò Luca e gli sussurrò all'orecchio:
"Guarda Luca, guarda Vera come sta sprecando tutti i caldomorbidi che ha, dandoli a Elisa. Sai, se Elisa se li prende tutti, può darsi che, a lungo andare, non ne rimangano più per te".
Luca rimase a lungo soprappensiero. Poi si voltò verso la strega e disse: "Intendi dire che può succedere di non trovare più caldomorbidi nel nostro sacchetto tutte le volte che li cercheremo?".
E la strega rispose: "Proprio così. Quando saranno finiti, saranno finiti. E non ne avrete assolutamente più".
Detto questo volò via, sghignazzando fra sé.

Luca fu molto colpito da quanto aveva detto la strega e da quel momento cominciò ad osservare e a ricordare tutti i momenti in cui Vera dava caldomorbidi a qualcun altro.
Di lì in poi divenne timoroso e turbato, perché gli piacevano i caldomorbidi di Vera e non voleva proprio rimanere senza. E pensava pure che Vera non facesse una cosa buona a dare tutti quei caldomorbidi ai bambini e alle altre persone.
Cosi cominciò ad intristirsi tutte le volte che vedeva Vera elargire un caldomorbido a qualcun altro. E poiché Vera gli voleva molto bene, essa smise dì offrire così spesso caldomorbidi agli altri, riservandoli invece per lui.
I bambini, vedendo questo, cominciarono naturalmente a pensare che fosse una cattiva cosa dar via caldomorbidi a chiunque e in qualsiasi momento venissero richiesti o si desiderasse farlo e, piano piano, senza quasi nemmeno accorgersene, diventarono sempre più timorosi di perdere qualcosa.
Così anch'essi divennero più esigenti. Tennero d'occhio i loro genitori e, quando vedevano che uno di loro donava un caldomorbido all'altro, anche loro impararono a intristirsi. Anche i loro genitori se ne scambiavano sempre di meno e di nascosto, perché così pensavano che non li avrebbero fatti soffrire.
Sappiamo bene come sono contagiosi i timori. Infatti, ben presto queste paure si sparsero in tutto il paese e sempre meno si scambiarono caldomorbidi.
Nonostante ciò le persone potevano comunque sempre trovare un caldomorbido nel loro sacchetto tutte le volte che lo cercavano, ma essi cominciarono a estrarne sempre meno, diventando nel contempo sempre più avari.
Presto la gente cominciò a sentire mancanza di caldomorbidi e, di conseguenza, a sentire meno caldo e meno morbido. Poi qualcuno di loro cominciò ad incurvarsi e ad appassire e talvolta persino a morire. Quella malattia, dovuta alla mancanza dì caldomorbidi, che prima della venuta della strega era molto rara, ora colpiva sempre più spesso.

E sempre di più la gente andava ora dalla strega per comprare pozioni e unguenti, ma, nonostante ciò, non aveva l'aria di star meglio.
Orbene, la situazione stava diventando di giorno in giorno più seria. A pensarci bene la strega cattiva in realtà non desiderava che la gente morisse (infatti pare che i morti non comprino balsami e pozioni), così cominciò a studiare un nuovo piano. Fece distribuire gratuitamente a ciascuno un sacchetto in tutto simile a quello dei caldomorbidi, ma questo era freddo mentre l'altro era caldo. Dentro il sacchetto della strega infatti c'erano i "freddoruvidi". Questi freddoruvidi non facevano sentire la gente calda e morbida ma fredda e scontrosa. Comunque fosse, i freddoruvidi un effetto ce l'avevano: impedivano infatti che la schiena della gente si incurvasse più di tanto e, anche se sgradevoli, servivano a tenere in vita gli abitanti di quel paese che una volta era stato felice.
Così tutte le volte che qualcuno diceva: "Desidero un caldomorbido", la gente, arrabbiata e spaventata per il loro rarefarsi, rispondeva: "Non ti posso dare un caldomorbido, vuoi un freddoruvido?".

E, a volte, capitava persino che due persone a passeggio insieme pensavano che avrebbero potuto scambiarsi dei caldomorbidi, ma una o l'altra delle due, aspettando che fosse l'altra ad offrirglielo, finiva poi per cambiare idea, e si scambiavano dei freddoruvidi.
Stando così le cose, ormai sempre meno gente moriva di quella malattia, ma un sacco di persone erano sempre infelici e sentivano molto freddo e molto ruvido.
E' inutile dire che questo fu un periodo d'oro per gli affari della strega.

La situazione peggiorava ogni giorno. I caldomorbidi, che una volta erano disponibili come l'aria, divennero merce di grande valore e questo fece sì che la gente fosse disposta ad ogni sorta di cose pur di averne. In certi casi i caldomorbidi venivano estorti con l'inganno, in altri con violenza e, quando ciò avveniva, succedeva una cosa strana: questi non sorridevano più, sbocciavano poco e diventavano scuri.
Prima che la strega facesse la sua apparizione la gente era solita trovarsi in gruppi di tre o di quattro o anche di cinque persone senza minimamente preoccuparsi di chi fosse a dare i caldomorbidi. Dopo la venuta della strega la gente cominciò a tenere per sé tutti i propri caldomorbidi, e a darli al massimo ad un'altra persona. Qualche volta succedeva che quelli che davano a persone esterne dei caldomorbidi si sentivano in colpa perché pensavano che il proprio partner molto probabilmente ne sarebbe stato dispiaciuto e geloso. E quelli che non avevano trovato un partner sufficientemente generoso andavano a comprare i loro caldomorbidi e questo gli costava molte ore di lavoro per racimolare il denaro.
Un altro fatto sorprendente ancora succedeva. Alcune persone prendevano i freddoruvidi, che si trovavano facilmente e gratuitamente, li camuffavano ad arte con un'apparenza piacevole e morbida e li spacciavano per caldomorbidi. Questi caldomorbidi contraffatti venivano chiamati caldomorbidi di plastica e finirono per procurare guai ulteriori.
Per esempio, quando due persone si volevano scambiare reciprocamente dei caldomorbidi pensavano, è ovvio, che si sarebbero sentiti bene, ma, in realtà, nulla cambiava e continuavano a sentirsi come prima e forse anche un pochino peggio. Ma, poiché pensavano in buona fede di essersi scambiati dei caldomorbidi genuini, rimanevano molto confusi e disorientati, non comprendendo che il loro freddo e le loro sensazioni sgradevoli erano in realtà il risultato dell'essersi scambiati caldomorbidi di plastica.
Così la situazione si aggravava di giorno in giorno.

I caldomorbidi erano sempre più rari e, a volte, anche guardati con sospetto, perché si confondevano con quelli di plastica, contraffatti. I freddoruvidi erano abbondanti e sgradevoli e tutti pareva volessero regalarli agli altri. C'era molta tristezza, paura e diffidenza e tutto questo era iniziato con la venuta della strega, che aveva convinto le persone che, a forza di scambiarsi caldomorbidi, un giorno non lontano avrebbe avuto la sorpresa di scoprire che erano finiti.
Passò ancora del tempo e, un giorno, una donna florida e graziosa, nata sotto il segno dell'Acquario, giunse in quel paese sfortunato, portando il suo sorriso limpido e cordiale.
Non aveva mai sentito parlare della strega cattiva e non nutriva alcun timore che i suoi caldomorbidi finissero. Li dava liberamente, anche quando non erano richiesti. Molti la disapprovavano perché pensavano che fosse sconveniente per i bambini vedere queste cose e temevano per la loro educazione
Ma essa ai bambini piacque molto, tanto che la circondavano in ogni momento. E anche loro cominciarono a provare gusto nel dare agli altri caldomorbidi quando gliene veniva voglia. I benpensanti corsero ben presto ai ripari facendo approvare una legge per proteggere i bambini da un uso spregiudicato di caldomorbidi. Secondo questa legge era un crimine punibile dare caldomorbidi ad altri che non alle persone per cui si avesse avuto una licenza. E, per maggiore garanzia, queste licenze di darsi caldomorbidi si potevano avere per una sola persona e spesso duravano tutta la vita.
Molti bambini comunque fecero finta di non conoscere la legge e, in barba a questa, continuarono a dare ad altri caldomorbidi quando ne avevano voglia o quando qualcuno glieli chiedeva. E, poiché c'erano molti, molti bambini - così tanti forse quanto i benpensanti - cominciò ad apparire chiaro che la cosa era molto difficile da contenere.


A questo punto sarebbe interessante sapere come andò a finire. Riuscì la forza della legge e dell'ordine a fermare i bambini? Oppure furono invece i benpensanti a scendere a patti? E Luca e Vera, ricordando i giorni felici dove non c'era limite di caldomorbidi, ricominciarono a donarli ancora liberamente?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.....

venerdì 22 novembre 2013

LA COPPIA, OLTRE LA VERGOGNA

Sebbene il bisogno relazionale sia connaturale ad ogni uomo e donna, proprio in questo aspetto sperimentiamo le difficoltà maggiori e ci accorgiamo che è il campo di battaglia in cui ci feriamo maggiormente e in cui attuiamo strategie complesse, spesso anche inconsapevoli per difenderci e sopravvivere. Questo avviene perché il bambino nasce impreparato alla relazione e apprende le modalità e lo stile attraverso il confronto con i genitori. Da loro e dall’ambiente familiare impara a sentirsi a proprio agio o a provare vergogna o ansia, a riconoscere i propri bisogni o a reprimerli, a sentirsi capace di andare per il mondo o a provare un senso di inadeguatezza.

Robert G. Lee, un terapeuta gestaltico, ha lavorato molto con le coppie, aiutandole a costruire l’intimità desiderata e nel corso della sua esperienza, evidenzia l’ efficacia di un seminario da lui tenuto su “Il linguaggio segreto dell’intimità”.

 L’autore si propone di aiutare le coppie a individuare e comprendere le dinamiche nascoste che regolano i loro rapporti, in modo da scoprire il potere nascosto che deriva dai loro desideri più profondi e si sofferma sulla dinamica della VERGOGNA.

La prospettiva nuova realizzata da Lee, porta a considerare la vergogna, non come qualcosa di umiliante ma, come un tentativo di protezione all’interno di un contesto relazionale. «Un aspetto connaturato alla vergogna è il nascondersi. Nell’esperienza della vergogna sentiamo che il nostro desiderio profondo è inaccettabile: è sciocco, vergognoso, esagerato o insufficiente, inadeguato o impensabile. Perciò pensiamo che […] esso non verrà accolto. Quindi nascondiamo il nostro desiderio profondo e il risultato è che non ne possiamo parlare in modo diretto.»[1]

La vergogna verrebbe in nostro aiuto per difenderci dai nostri stessi bisogni che riteniamo non accettabili; blocca il nostro proposito di andare verso l’altro quando crediamo che non saremo accolti e non troveremo un sostegno sufficiente. «L’esperienza della vergogna è sempre un tentativo di protezione, all’interno di un contesto relazionale.»[2]

Nel subire un attacco di vergogna la nostra vulnerabilità ne risente al punto che, usando il linguaggio della vergogna, finiamo per nascondere il nostro desiderio di vicinanza. La vergogna si può considerare anche un indicatore di un implicito bisogno di contatto. Spesso nelle dinamiche relazionali entrano in gioco desideri profondi che restano al di fuori della consapevolezza. Se questi segreti affiorano alla coscienza possiamo correre il rischio di provare vergogna. 
La vergogna viene associata ai nostri desideri (affetti, bisogni, modi di essere nel mondo) non accolti dall'ambiente, il quale non ha saputo rispondere alle nostre richieste in determinate situazioni. Pertanto le esperienze precoci di mancato accoglimento da parte di persone significative portano allo sviluppo di una vergogna di fondo. «Si tratta della componente attiva, o del catalizzatore, di gran parte delle retroflessioni inconsapevoli, in cui invertiamo la nostra energia e la rivolgiamo verso noi stessi, come quando, per esempio, ci conteniamo da soli invece di essere contenuti da qualcun altro».[3]
Le persone, quando scelgono un partner, hanno già sviluppato degli “adattamenti” creativi che incorporano quella che Lee chiama “vergogna di fondo”, e lo fanno in uno stile personale di contatto. L’esperienza passata delle persone incide notevolmente, sulla possibilità o meno, di funzionare nella dimensione dell’appartenenza o in quella della vergogna. Come abbiamo già visto, la propria famiglia di origine gioca un ruolo decisivo nella creazione dell’intimità con il proprio partner e nello sperimentare il senso di appartenenza.
«Il risultato è un incompensabile tentativo di proteggerci (e di proteggere gli altri nel nostro campo relazionale), sviluppando una vergogna di fondo»[4], cioè il nostro adattamento creativo ad una prolungata percezione di negazione o delusione verso le nostre richieste in determinate situazioni, in cui abbiamo riconosciuto un nostro bisogno e lo abbiamo legato alla vergogna, per cui lo abbiamo disconosciuto come facente parte del nostro campo.
L’incapacità di percepire nei nostri legami la dimensione dell’appartenenza, influenza negativamente le interazioni future, compromettendo la possibilità di avvicinamento al proprio partner. Quando il desiderio di vicinanza non viene compreso dall’altro, nasce la paura che si ripeta il fallimento sperimentato in relazioni importanti. Come afferma Laura Perls[5], paura e rischio creano la particolare vibrazione che caratterizza la tensione verso l’altro, in ogni interazione significativa di coppia in cui si rifà il cammino delle nostre interazioni significative. La vergogna di fondo fa parte del bagaglio di esperienze che le persone portano nella coppia quando si incontrano. Per questo in una consulenza/terapia di coppia è importante portare a consapevolezza di questi bisogni rimossi e del desiderio di vicinanza, camuffato dalla vergogna.
Quando un membro della coppia subisce un attacco di vergogna in mancanza di un sostegno sufficiente, utilizza delle strategie per gestire i momenti di rottura del proprio equilibrio. Per cui è importate, quando si lavora con la coppia, aiutare ciascun partner a diventare consapevole delle proprie strategie creative, l’«adattamento creativo ai momenti in cui viene a mancare il sostegno necessario dalle persone che ci circondano»[6]. Queste strategie sono legate alla storia dell’individuo, e possono essere stare apprese, come imitazione, anche dai messaggi non verbali dei genitori. Per esempio se un genitore ha sempre scoppi di ira davanti alla manifestazione della paura da parte del figlio, questo bambino da adulto può avere un attacco di vergogna davanti a momenti di paura o incertezza, sua o del partner, e reagire con lo stesso temperamento del genitore. Oltre all’apprendimento dal comportamento del genitore, la vergogna personale, può avere origini più complesse che si possono individuare nella vergogna di fondo dell’intero sistema familiare o culturale. Attraverso questa consapevolezza, ciascuno dei partner, può vedere come il proprio atteggiamento difensivo possa sbilanciare l’altro, allontanandolo dal suo bisogno, a tal punto, da indurre a credere, che non sia possibile ottenere ciò che si sta cercando. Davanti all’attacco di vergogna di un membro della coppia, l’altro sentendosi sbilanciato, risponderà automaticamente mettendo in atto la propria vergogna di fondo, e in questo modo la difesa dell’uno alimenta quella dell’altro, in un crescente sempre più umiliante, fino a quando uno dei due non riesce ad avere consapevolezza, a riconoscere il proprio bisogno ed accogliere il partner nella sua vergogna.
Il percorso di consapevolezza, suggerito da Lee, porta le coppie a sviluppare una buona sicurezza di base, grazie a una comprensione vissuta, dell’importanza del sostegno nelle interazioni di coppia. Comprendere il linguaggio segreto dell’intimità permette di trasformare gli effetti negativi di una possibile vergogna, in modo che l’esperienza della vergogna passi, dal procurare allontanamento ad un’opportunità di sviluppo di una relazione.
Solo quando la coppia raggiunge un alto grado di sicurezza emotiva, può essere libera di esprimere i propri sentimenti, i propri desideri, bisogni e preoccupazioni.


[1] R.G. LEE, Il linguaggio segreto dell’intimità, ed. FrancoAngeli s.r.l., 2009, Milano, p.34

[2] Ibidem, p.37

[3] Ibidem, p.38

[4] Ibidem, p.43
[5] Cfr. M. SPAGNUOLO LOBB,  in "Il Linguaggio segreto dell'intimità", op. cit. p. 86
[6] R.G. LEE, Il linguaggio segreto dell’intimità. Op. cit. p.49