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martedì 11 marzo 2014

PUNTI DI VISTA!


Avete mai provato un senso di oppressione? La voglia di libertà?
Spesso ci sentiamo come bloccati, incastrati in alcune situazioni che ci sembrano impossibili da risolvere e viviamo con rassegnazione, vedendo la vita, o quella situazione, come una condanna.

Vi do una bellissima notizia: 
noi abbiamo il potere di rompere tutte le catene e di uscire dalle nostra gabbie, 
se solo lo vogliamo veramente!

Le vere catene, i veri blocchi, sono solo nella nostra mente! Forse abbiamo imparato a non riconoscerci il giusto valore, e restiamo concentrati sul problema mentre ci sfuggono le soluzioni. Vi assicuro che le catene mentali sono più forti di quelle reali, che a volte non esistono affatto. L'errore che facciamo spesso è quello di attribuire invece agli altri la responsabilità della situazione "è colpa sua... se non fosse così... è opprimente..." ma facendo questo ci togliamo potere e non riconosciamo la nostra responsabilità di acconsentire a determinate situazioni.
Solo se prendiamo consapevolezza di ciò che ci blocca possiamo trasformare i nostri "non ci riesco", "non posso" ... ... in possibilità.
Per fare questa operazione è necessario cambiare il punto di vista, la prospettiva dal quale guardiamo la situazione e noi stessi. Se rimaniamo fissi in una posizione non riusciremo mai a vedere il resto del panorama ma solo una piccola parte, quella che cade nel nostro campo visivo.

Un percorso di counseling può servire anche a questo, ma già ognuno di voi può iniziare a cambiare il proprio linguaggio e ad ogni non riesco può sostituire un energico "voglio" e "posso"!


sabato 14 dicembre 2013

UNA VITA DA VINCENTE...

“Sono pronto, disse il rabbino, perché dopo tutto non mi verrà chiesto: Perché non sei stato Mosè?, ma solo: Perché non sei stato te stesso?”
(da un racconto di Martin Buber)


Dando uno sguardo in libreria, mi sono accorto che ci sono tanti libri che offrono soluzioni veloci e semplici per essere persone VINCENTI e FELICI. Sempre più persone sentono il bisogno di leggerli e vanno in cerca di tecniche, strategie e soluzioni per mettere a tacere il senso di frustrazione, la loro insicurezza, il poco guadagno, ecc…

Queste teorie vengono a noi da un pensiero nato in America che definisce vincente una persona di successo e perdente una persona che non raggiunge i suoi obiettivi. Credo che assecondare questa visione del mondo ci porti a considerare la vita e gli altri, nostri antagonisti, forze, appunto, da vincere e non alleati e compagni di viaggio. Il rischio è che per essere vincenti rendiamo perdenti altre persone.
Io preferisco considerare vincenti coloro che vivono in modo autentico, degni di fiducia, capaci di sognare e realizzare i propri sogni. In questo senso, condivido l’espressione di Buber che ho citato, perché ci fa comprendere che l’essere vincenti è alla portata di tutti.
La persona vincente, conosce se stessa nell’autenticità, realizza la propria individualità e quella degli altri, senza dedicare la propria vita a fabbricare immagini ideali di sé. I vincenti non hanno bisogno di indossare maschere per compiacere gli altri e illudere se stessi, non nascondono i propri errori e non si lasciano schiacciare dai fallimenti, ma reagiscono senza perdere la fiducia in se stessi e negli altri. Hanno il gusto della vita, senza i sensi di colpa si godono i propri successi e senza invidia partecipano di quelli degli altri.
Ma se tutti nasciamo capaci di essere vincenti, le esperienze che possiamo vivere nell’infanzia possono contribuire a mortificare questa nostra risorsa e quindi, a trasformarci in perdenti.
Le persone perdenti evitano le proprie responsabilità, hanno imparato a manipolare gli altri e se stessi e si sono così abituati alla parte che recitano da convincersi di essere in quel modo.  Sono persone che parlano di se come vincenti, si mostrano forti e di successo, ma sono ansiose, si sentono in trappola e infelici o annoiati. Un perdente vive soprattutto nel passato, nelle occasioni sprecate, o si aggrappa con nostalgia a situazioni di un tempo; si lamenta della cattiva sorte e da la responsabilità dei suoi insuccessi a qualcun altro: “se avessi fatto, se tu non fossi così, se ci fosse lavoro, se avessi avuto genitori, marito, città… diversi. Oppure vive nel futuro, sperando in un intervento divino, in una situazione fortuita e aspetta il principe azzurro, aspetta che i figli crescano per…. che il marito cambi, che gli altri siano…
Così, vivendo nel passato o proiettandosi nel futuro, non riescono a cogliere il presente, le grandi possibilità, le preziose risorse che l’Oggi offre.
Se fino ad ora abbiamo scelto una strada, illudendoci, siamo destinati a percorrerla per sempre? Certamente no! Ogni volta che vogliamo, abbiamo il potere di cambiare!

Ognuno di noi può essere vincente, proprio perché, l’esserlo, non dipende da condizioni esterne, ma da una scoperta interna. Ogni volta che percorri un passo nella conoscenza di te, stai avanzando nella direzione del vincente. Conoscere se stessi significa vivere con autenticità e dono la propria esistenza. Ecco perché ho scelto di fare il counselor, per aiutare tutti coloro che vogliono ad essere vincenti, come a mia volta sono stato aiutato, prima incontrando un Dio che ha il desiderio che io vinca e poi dalla presenza di altre persone.

mercoledì 11 dicembre 2013

IL GRANDE POTERE DEL PERDONO

"Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente.”
(Nelson Mandela)
 






Il tema del perdono, è presente in tutte le culture e in tutte le grandi religioni, non solo il Dio degli Ebrei e dei cristiani parla di perdono, ma anche il primo nome di Allah è il Misericordioso.
Questo perchè il perdono è un atto di amore che libera il cuore.
Spesso giungiamo ad un perdono frettoloso e in realtà illusorio, perché se da una parte diciamo di aver perdonato, dall’altra coviamo ancora risentimento, rabbia, dolore….
Quando il perdono è reale, guarisce tutto, scompare il dolore e il risentimento.

Ma come si fa a perdonare? Come posso perdonare il male che mi hanno fatto proprio le persone che amo di più e dalle quali vorrei essere amato?

Per comprendere la dinamica del perdono, se non vogliamo citare la misericordia di Dio, perché lo riteniamo troppo diverso da noi, basta guardare l’opera di riconciliazione operata da Mandela nel Sud Africa. Perdono non è semplicemente dimenticare e ricominciare come se nulla fosse
accaduto.
Il primo passo è quello di guardare al proprio dolore e a quello dell’altro, senza giustificazioni, poi è opportuno esprimere i bisogni calpestati. Solo dopo questa delicata fase è possibile vedere le ragioni delle parti e considerare le trappole di ciascuno, la poca libertà di ognuno che porta al pentimento davanti al dolore causato.
A questo punto, e non prima, la richiesta di perdono può essere accolta.

Se l’altro non riconosce il male che mi ha fatto non può essere perdonato davvero, anche se ho le migliori intenzioni di farlo. Questo percorso è più vero se c’è qualcuno che ci aiuta a farlo perchè  ci impedisce di prenderci in giro e interviene nei momenti in cui noi restiamo bloccati e impantanati del nostro risentimento.
A tutti voi, auguro un cammino di pacificazione interiore verso se stessi, i propri errori, e verso gli altri. Solo con il vero perdono si giunge alla pace!

venerdì 29 novembre 2013

QUESTIONE DI RESPONSABILITA'

"se ti assumi la responsabilità di quello che stai facendo, del modo in cui produci i tuoi sintomi, del modo in cui produci la tua malattia, del modo in cui produci la tua esistenza - al momento stesso in cui entri in contatto con te stesso - allora ha inizio la crescita, ha inizio l'integrazione" 

(F.Perls)

E' davvero difficile questo passo, perchè siamo portati ad attribuire agli altri la causa della nostra sofferenza e le conseguenze delle nostre scelte: "se mia madre non fosse così.... se mio padre fosse stato diverso.... se quell'uomo e quella donna mi amasse davvero.... " allora io sarei.... io potrei.... 
per noi è più facile, perchè assumerci la responsabilità delle nostre scelte A VOLTE è doloroso, ma SEMPRE è liberante e mette in moto energie nuove e risorse inaspettate.
Scoprire le nostre responsabilità significa mettere nelle nostre mani la vita e la nostra storia.

mercoledì 27 novembre 2013

PREGHIERA DELLA GESTALT


"Io sono io. Tu sei tu.
Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.
Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.
Se ci incontreremo sarà bellissimo;
altrimenti non ci sarà stato niente da fare."
(Fritz Perls)






sabato 23 novembre 2013

ROMANTICISMO? NO GRAZIE!

Parlando di romanticismo, non ci riferiamo alle tenerezze e alle attenzioni che ci si scambiano in coppia, ma ad un vero e proprio movimento culturale e sociale sviluppatosi negli anni ’60, che ha portato la coppia a centrarsi sull’amore e sulla relazione dei due partener. Ma se questo è vero, come mai ci sono così tante coppie che falliscono? Come mai si sono incrementati in modo esponenziale il divorzio e relazioni di coppia molto brevi che non portano a un progetto condiviso, ma che spesso lasciano più ferite che soddisfazioni?

L’ideale neoromantico dell’amore si è quindi sviluppato in opposizione alla concezione della coppia basata solo su forme rigide ed esteriori, e alimentata esclusivamente dal bisogno di sopravvivenza, dell’allevamento dei figli e della buona fama, e che spesso coincideva con un sacrificio enorme soprattutto da parte delle donne. 
Una reazione certamente comprensibile ma che porta a considerare l’esperienza emotiva amorosa come l’assoluto relazionale, per cui fa poggiare un rapporto di coppia su qualcosa di momentaneo e poco realistico, anche perché se andiamo a considerare il significato e la qualità di questo amore, che tiene le coppie contemporanee, ci accorgiamo di ritrovare tanti tipi di “amore”.
L’ideale amoroso odierno tende a considerare vero amore, solo l’esperienza forte e appagante che i partener sperimentano nel periodo dell’innamoramento, e si ha la pretesa che quest’intensità possa durare per tutta la vita della coppia, per cui, se svanisce, automaticamente finisce anche la coppia. Durante il periodo dell’innamoramento, infatti, è possibile sperimentare la pienezza dell’incontro amoroso in tutto il suo fascino e la sua carica emotiva.
Nella fase dell’innamoramento la coppia è concentrata esclusivamente su se stessa e nell’apice della passionalità e della novità i due partner iniziano una danza di conoscenza e di complicità carica di potenzialità, ma che ancora non ha la possibilità di esprimersi. In questo stadio sono presenti tanti elementi illusori, proprio perché si tende a idealizzare la persona amata concentrandosi solo sugli aspetti che ci attraggono e che, in un certo modo, rispondono ai nostri bisogni più profondi di considerazione, unicità, riconoscimento e accettazione. L’elemento nevrotico comune, presente nell’innamoramento, è la tendenza alla fusione per cui le diversità si assottigliano e rimangono nello sfondo. L’innamoramento ripropone la fusione infantile con la madre e questo è evidente anche nei gesti, nei nomignoli, nel tono della voce che diventa più dolce, negli avvinghiamenti e nelle reazioni dei partner. È come se si ritornasse bambini, per cui si sperimenta una nuova energia, una nuova felicità capace di portare a gesti folli e irresponsabili. I confini tra “io” e “tu” sono molto sfumati e grazie a quest’unità ritrovata i problemi personali sembrano sparire.
Questo genera anche la dipendenza dei due, che non riescono a sopportare la distanza e nello stesso tempo permette di creare uno spazio in cui pian piano cresce l’intimità. Infatti, se durante il corteggiamento si mettono in campo solo i lati migliori e le proprie qualità, durante l’innamoramento si inizia a condividere anche la propria vulnerabilità parlando delle proprie paure e dei dolori, cominciando a raccontare le proprie esperienze negative e il proprio vissuto. In questo senso, ciascun membro inizia ad essere per l’altro un rifugio emotivo in cui si ha l’illusione di trovare, in modo incondizionato, protezione nei momenti di ansia, pericolo, stress e paura. Nello stesso tempo iniziano già a comparire gli stili relazionali propri di ciascuno, per cui ogni membro tende a riproporre la stessa modalità che ha vissuto nella simbiosi materna. Anche se tutto questo è vero, sarebbe un grave errore ridurre l’innamoramento all’analisi degli aspetti illusori e nevrotici, come fanno spesso alcuni terapeuti, perché si priverebbe la relazione delle sue migliori potenzialità, giacché in questa fase si vede realizzata, in modo magico, la relazione che sarà costruita con fatica nel corso del tempo. Rispetto a quello che abbiamo detto, è evidente il pericolo che l’altro si rivesta del ruolo del salvatore e che gli si dia la responsabilità di tappare i “buchi” affettivi, ma nello stesso tempo contiene la possibilità di dare una direzione alla propria vita, per cui si tradurrebbe in un progetto fecondo e realizzabile. L’innamoramento risulterebbe pertanto, come una visione del futuro, una promessa di pienezza, una carica fortissima a cui attingere anche nei momenti critici che verranno in seguito, per cui è importante che si viva pienamente con tutte le sue contraddizioni e nevrosi.
Se è vero che la fase dell’innamoramento è essenziale per la costruzione dell’intimità e della relazione all’interno della coppia, è altrettanto vero il pericolo di identificare l’amore solo con questo tipo di relazione. Questo è l’errore più grande dell’ideologia neoromantica[2] e che in questo capitolo cercheremo di smascherare.
 “Siamo una sola persona”. L’amore come simbiosi
Frasi ritenute romantiche, importanti e segno di un grande amore dalla cultura contemporanea, come “tu sei tutto per me”, “siamo una persona sola” “senza di te non posso vivere” o atteggiamenti ritenuti romantici, come quello di avere un profilo facebook con il nome di entrambi, invece di quello individuale, lo scambio ininterrotto di sms, l’impedimento da parte di uno dei partner di frequentare ambienti o coltivare interessi non condivisi, e così via…, nascondono invece le nevrosi e i pericoli più grandi per una relazione.
In queste frasi, infatti, e nell’ideale neoromantico, si nasconde la concezione dell’amore come simbiosi. «Partendo da questo desiderio di unità, concetti come «essere autonomi», «essere separati», «distanziati» appaiono l’esatto contrario dell’amore e, anzi, sono vissuti come minaccia al rapporto».[3] Nella simbiosi si matura la convinzione che si può essere completi solo nella coppia, per tanto si evitano gli scontri necessari per definire i confini tra l’“io” e il “tu”, e quando si arriva al conflitto, la pace deve essere ristabilita il prima possibile, perché è percepito come un pericolo alla rottura della simbiosi. L’assoluto diventa l’armonia da preservare ad ogni costo, ma questo modello trasforma la relazione in una prigione, anche se può apparire con le sbarre d’oro. Ad un certo punto però la sessualità inizia a dare segnali inequivocabili diventando meno interessante e appagante, proprio perché i due hanno smesso di essere due individui distinti e l’affievolirsi della passionalità e dell’eros è una protesta inconscia contro la simbiosi. L’individualità di ciascuno cerca in tutti i modi di riemergere, per tanto potrebbero iniziare a comparire sintomi fisici apparentemente inspiegabili come emicranie, allergie, disturbi di stomaco o depressioni. Questo accade perché, come afferma F. Perls, «l’organismo sa tutto. Noi sappiamo pochissimo»[4].
Come abbiamo accennato prima, nella fase simbiotica dell’innamoramento si ripropone la relazione del bambino con la madre, quando il suo “Io” non è ancora definito in maniera chiara e quando il bambino percepisce la madre come una parte di se e come qualcuno che è a sua completa disposizione. «Naturalmente ciò non dipende solo dalla madre. Il modo in cui il padre la sostiene, lasciando che essa sia a completa disposizione del bambino, ma anche staccandolo da lei per mostrargli il mondo, per poi riportaglielo ogni volta che lo desideri, è decisivo per il superamento di questa fondamentale fase della vita»[5]. A. Ferrara, portando il contributo della Gestalt descrive il padre e la madre come due simboli di bisogni fondamentali del bambino, attribuendo all’uno il principio di evoluzione, e all’altro quello di sopravvivenza. Per cui il bambino ha bisogno di integrare «entrambi i modelli genitoriali. […] Il bambino ha bisogno di integrare il padre, simbolo di affermazione e assertività, che gli insegna i valori e lo guida verso la propria realizzazione. Il padre rappresenta la polarità della madre che invece offre il dolce rilassamento degli abbracci fusionali e che insegna lo stare e il lasciarsi perdere nella contemplazione»[6]. Se in questo processo il bambino sarà spinto troppo presto all’autonomia, senza aver prima sperimentato un rifugio stabile e sicuro con la madre, o al contrario sarà tenuto troppo tempo nella simbiosi e nella dipendenza dalla madre, senza sperimentare la sua unicità, e quindi, senza integrare in se, le due figure genitoriali, crescerà con un deficit relazionale che tenderà a compensare nella vita adulta. Pertanto l’adulto cercherà, inconsciamente, un partner che possa restituirgli quello che non ha avuto a sufficienza nella sua infanzia.
Anche in questo caso sussiste  un’ambivalenza, come abbiamo già fatto notare, in quanto la fase simbiotica dell’innamoramento potrebbe realmente aiutare a chiudere una gestalt antica ancora aperta e quindi, guarire qualche ferita affettiva del passato. Se questo avviene però, la relazione si aprirà ad altre fasi, come quella successiva di differenziazione e crescerà nella relazione. Quando invece, rimane una condizione duratura e costante, porterà soltanto ad acuire una  fame di affetto e di sicurezza che provocherà la morte della coppia e dell’individualità e conseguentemente la ricerca continua e sempre nuova di un'altra persona che dovrà colmare i suoi deficit.
L’ideologia neoromantica oltre a proporre l’amore come simbiosi, tende a considerare il partner come il mezzo della propria realizzazione, per cui l’amore viene confuso con l’idea che l’altra persona deve farmi sentire appagato e realizzato. Anche qui ci troviamo davanti al protrarsi di un’esperienza normale e importante che si vive nell’innamoramento, quando ci si sente improvvisamente più attraenti, più forti e sicuri di sé, perché il riconoscimento del partner diventa un nutrimento fondamentale per la nostra autostima. Quando il primo partner inizia a sentire che l’altro/a non riesce a colmare il bisogno di realizzazione «comincia a rivendicare i suoi bisogni a voce alta e a lottare per soddisfarli. L’altro si sente minacciato, come se qualcosa gli venisse sottratto, e risponde a questi attacchi difendendosi e rinfacciando a sua volta»[7], perché in questa idea di amore non possono coincidere la realizzazione autonoma di entrambi e l’amore stesso, ma uno dev’essere a servizio della realizzazione dell’altro, in quanto questi, è il mezzo attraverso il quale io mi sento realizzato. Seguono una serie crescente di litigi che cercano di rimettere l’altro nel ruolo del padre o della madre, perché alla base potrebbe esserci la ricerca di un apprezzamento genitoriale deficitario. Infatti se ci fermiamo a guardare oltre la corazza di queste persone «vediamo dei piccoli bambini abbandonati che urlano cercando di attirare l’attenzione della madre, e poiché questa gliela rifiuta tentano di ottenerla con la forza.»[8]
Ma è davvero inconciliabile l’amore con l’autorealizzazione? Non è vero che l’Io trova in essa il suo pieno compimento? Anche in questo caso possiamo vedere che l’errore dell’ideologia neoromantica è quello di assolutizzare un aspetto dell’amore e renderlo una pretesa più che un cammino percorribile nell’intimità e nello scambio con l’altro/a. Effettivamente una persona trova la sua pienezza nell’amore, ma soprattutto in quello che è capace di dare e non di pretendere e rivendicare.
La fame di riconoscimento fa centrare l’individuo su se stesso e sui propri bisogni senza guardare quelli del partner, l’amore invece è un flusso costante che va dai propri bisogni a quelli dell’altro, porta cioè a donarsi all’amato senza dimenticarsi di sé. L’amore diventa maturo proprio quando, nell’intimità, si abbandona all’altro nella dinamica del dono. Questo presuppone una consapevolezza di sé e dei propri bisogni, altrimenti si potrebbe confondere con la negazione di sé e alla sottomissione, che sarebbe un altro modo nevrotico di intendere l’amore. Ecco perché dicevamo che questa realizzazione di se nell’amore costituisce il cammino della coppia e non il punto di arrivo, infatti il primo passo verso il dono di se è la consapevolezza che l’altro sia diverso da me, sia altro.
            Questa “completezza” è un’esperienza normale nell’innamoramento, ma diventa nevrotica se resiste a lungo nella coppia e si fossilizza come la pretesa che l’altro  sazi la mia fame relazionale. Questo pericolo diventa molto comune in questa società che propone stili di vita frenetici in cui non c’è spazio se non per relazioni immediate e superficiali. Dal lavoro, al condominio e alla politica ogni giorno siamo bombardati di relazioni frustranti e spesso solo di facciata, per cui la coppia diventa l’unica isola in cui si pretende di essere accolti e soddisfatti nei bisogni affettivi. Per cui, «gli uomini cercano rifugio in cure di tipo materno o nella sessualità (e la seconda spesso è solo un’altra forma della prima), e le donne in conversazioni sentimentali e intime o in tenerezze senza secondi fini. Ognuno dei due chiede all’altro di colmare una lacuna […]. Si instaura quindi il modello di coppia formata da due bambini «affamati». »[9] La conseguenza di ciò porta o alla rassegnazione nei confronti del partner, per cui la relazione diventa sempre più piatta e stanca e ci si impegna nel lavoro, sui doveri, lo si compensa con il cibo, la televisione, lo shopping e simili; oppure si cercano relazioni che compensino il bisogno di vicinanza. Per cui si moltiplicano i tradimenti o se si hanno figli, spesso, soprattutto da parte delle donne, questi diventano segretamente, i sostituti dei mariti. Il moltiplicarsi di relazioni fuori dalla coppia e triangolazioni non dipende, per la maggior parte delle volte, dalla superficialità della relazione, ma soprattutto dal fatto che si è trasferito sul partner una pretesa impossibile, che restando insoddisfatta spinge alla compensazione.
È una pretesa impossibile, proprio perché non esiste una sola persona capace di soddisfare il nostro bisogno di relazione e di vicinanza, per questo è importantissimo che la coppia, dopo un certo tempo, si apra ad altri rapporti personali, sia come coppia, sia come singoli. Per cui costruire una rete di amicizie, anche profonde, diventa l’antidoto alla pretesa assoluta e al bisogno relazionale inappagato. L’ideale contemporaneo di amore invece, vede il bisogno di altre relazioni come una minaccia alla coppia o lo legge come la fine della stessa, pertanto o la coppia termina la relazione o continua e si circonda di tradimenti e compensazioni di ogni sorta.
L’innamoramento è un periodo importantissimo e ricchissimo, ma pur sempre limitato, infatti dopo questa fase in cui la simbiosi è l’elemento più caratterizzante, ma è anche la base su cui si costruisce una futura intimità, è necessario continuare il cammino della coppia.
Ma se l’innamoramento ripropone la simbiosi del bambino con la madre, possiamo paragonare le fasi ulteriori dell’evoluzione della coppia, ad altrettanti stadi dello sviluppo della persona? In realtà a questa domanda hanno risposto E. Bader e P. Pearson[10]  che, riprendendo il modello evolutivo della psicoanalista Margaret Mahler, individuano 5 fasi in cui si organizza lo sviluppo di una relazione di coppia.
La coppia quindi, come il bambino dai zero ai tre anni, attraversa inizialmente la fase della simbiosi, che abbiamo già chiamato innamoramento e lo abbiamo argomentato ampiamente. Nel cammino di una coppia segue una fase di differenziazione, durante la quale ciascun partner inizia a cogliere le differenze rispetto all’altro; riemergono i bisogni personali e si ristabiliscono i confini, per cui emergono gli stili relazionali di ciascuno. È come se si tagliasse il cordone ombellicale.  Successivamente la coppia vive un periodo di sperimentazione. Questa fase è molto delicata perché i partner hanno il bisogno di sentirsi come individui e sperimentarsi e confrontarsi con l’esterno. Emerge il desiderio dell’autonomia e l’altro può essere percepito come limitante. Ma se la relazione di coppia resiste a questa tempesta e l’affronta creando intimità e sostenendosi in questi bisogni, si giungerà al desiderio di mettere in dialogo due individualità e condividere maggiore intimità. È questa la fase che chiamiamo di riavvicinamento. Questo è il momento in cui ciascun partener sente la possibilità di mostrare se stesso senza il timore, anche nella vulnerabilità. Dopo tutto questo cammino, si giunge finalmente alla mutua interdipendenza, nella quale si raggiunge la piena intesa, attraverso la condivisione dei valori, che stabilisce autonomia e interdipendenza.
Non sempre l’evoluzione riesce a completarsi, e questo significa l’insorgenza di problematiche più o meno dolorose, o la rottura del rapporto. Se entrambi i partner non progrediscono attraverso queste fasi evolutive, si genereranno conflitti e si avranno blocchi evolutivi, che spesso possono essere la riproposizione nella coppia dei blocchi personali di ciascun individuo.






[1] H. JELLOUSCHEK, L’arte di vivere in coppia, Edizioni Scientifiche Ma.Gi. srl, 2003, Roma, p.15
[2] Continueremo a chiamare così l’ideale d’amore della cultura contemporanea, utilizzando  l’accezione di H. JELLOUSCHEK, op. cit.
[3] Ibidem, p.29
[4] F.S.PERLS, La terapia Gestaltica parola per parola, ed. Astrolabio, 1980, Roma, p.30
[5] H. JELLOUSCHEK, op. cit. p.33
[6] A. FERRARA, Gestalt integrate: contatto, conflitto, adattamento complesso, in “Psicoterapia della Gestalt. Per una scienza dell’esperienza, Atti del IV Congresso Internazionale, ed. Centro Studi Psicosomatica, 1991, Siena, p.167
[7] H. JELLOUSCHEK, op. cit. p.49
[8] Ibidem, p.50
[9] Ibidem, op. cit., p. 58
[10] E. BADER E P. PEARSON, In Quest of the Mytical Mate. A developmental approach to diagnosis and treatment in couples therapy, Psychology Press, 1988.

A CHE GIOCO GIOCHIAMO?

Nelle relazioni di coppia e in generale, nella nostra vita relazionale, spesso ci troviamo a vivere schemi ricorrenti che sembrano predestinare il finale, per quanto vorremmo che andasse diversamente; è come se i nostri rapporti rispondano a schemi predefiniti e che portino sempre alla stessa conclusione.

Eric Berne, il padre dell’Analisi Transazionale,  ha definito questa dinamica con un termine preciso: GIOCO. Non per l’aspetto ludico, ma per il fatto che in queste situazioni ogni partecipante riveste un ruolo preciso, sta a delle regole, o manovre, precise e tende a raggiungere sempre lo stesso scopo.  Egli afferma che « Si gioca, dunque, nel tentativo di vedere soddisfatte le proprie necessità sociali fondamentali ma, poiché chi gioca rimette in atto quegli schemi disfunzionali relazionali appresi nel corso del proprio sviluppo infantile, tali bisogni, così come nel passato, rimangono insoddisfatti[1]
         È facile capire che si sta giocando, quando ci si accorge che le varie relazioni di coppia finiscono tutte allo stesso modo, quando ci si innamora sempre della stessa tipologia di persone, quando i litigi continuano sempre seguendo lo stesso clichè, quando gestiamo i conflitti sempre nello stesso modo e alla fine ci lasciano sempre la stessa emozione, e così via… tutto questo perché i giochi sono ripetitivi.
La persona ricorre al gioco quando non si sente sufficientemente apprezzata dal partner o crede di non ricevere adeguata considerazione ed importanza. Per soddisfare queste esigenze ripropone, senza rendersi conto, quelle strategie che nell'infanzia erano state funzionali, ma che nel contesto presente risultano inappropriate.
Alla base dei giochi psicologici possono esserci molteplici ragioni:
·        Ottenere attenzione e importanza: attraverso il gioco si diventa riconoscibili agli occhi del partner, che è costretto a dedicare attenzione, ascoltando, aiutando, rispondendo alle critiche.
·        Garantire il senso di sicurezza: il gioco essendo ripetitivo consente di strutturare la vita di coppia in schemi relazionali prevedibili, offrendo sicurezza a entrambi i partner.
·        Evitare l'intimità: il gioco permette di mantenere rapporti emotivamente intensi, senza svelare all'altro la propria vulnerabilità.
·        Giustificare un attacco contro il partner, cui addossare la responsabilità dei propri stati d'animo negativi o attribuirgli la colpa di eventi che potrebbero intaccare la propria autostima.
·        Confermare le proprie convinzioni su se stessi, elaborate nel corso della propria storia personale, cercando verifiche su quello che la persona pensa di essere o che gli altri pensano che sia.
Pertanto si gioca nel tentativo di soddisfare le proprie esigenze emotive, ma poiché nel gioco sono riproposte strategie superate, i reali bisogni rimangono insoddisfatti. 

Sabrina D'Amanti afferma: «La mia personale ricerca mi porta alla conclusione che il fattore organizzativo intorno a cui un gioco si struttura (cioè prende la sua forma e caratteristica) sia dato dalle convinzioni di copione e dal corrispettivo obiettivo di smentirle, al fine di ricavare l'illusoria sensazione di aver disattivato l'effetto doloroso che esse producono. I giochi si svolgono fuori dalla consapevolezza Adulta, come vari autori hanno evidenziato, poiché le convinzioni di copione che lo motivano sono inconsce, così come il bisogno ad esse correlato di smentirle.»[2]
Secondo E. Berne l'educazione è il processo durante il quale il bambino impara, attraverso processi di adattamento, a scegliere quali saranno i ruoli e i giochi che attiverà nelle sue relazioni. Una volta che il gioco si è strutturato in uno schema fisso di stimolo e risposta, l'origine della nascita o del perché della scelta di un determinato gioco, si dimenticano.
Questo rende difficile recuperare, se non attraverso adeguati strumenti quali il counseling o la Terapia, la genesi, le decisioni, le scelte che hanno portato alla scelta del gioco da giocare.
        
Il primo passo per porre fine ai giochi, consiste nella consapevolezza dei giochi e del ruolo ricoperto all'interno di questi. Dinnanzi a un'interazione in cui si pensa “È successo di nuovo!”, è utile cercare di identificare quali sequenze di comportamenti tendono a ripetersi e come si contribuisce alla loro realizzazione. Successivamente è importante la scelta di rifiuto/interruzione del gioco.
Quando si riconosce che una determinata dinamica corrisponde a un gioco, è possibile rifiutarsi di entrare in quello proposto dall'altro, fornendo una risposta diversa rispetto alle aspettative di questi (non agganciando l'anello). Mentre, quando s'intuisce di aver innescato il meccanismo, questo può essere interrotto, attivando comportamenti diversi da quelli consueti, che consentano di retrocedere dall'escalation. Ad esempio nel gioco «Perché non... Sì ma...», il giocatore che offe consigli può fornire una risposta del tipo: “Non so cos'altro dirti!”. Mentre il secondo giocatore può uscire dal ruolo ricoperto, con una reazione del tipo: “Grazie, rifletterò su quello che mi hai suggerito”.
È ovvio che un gioco non si smonta immediatamente, ma è necessario perseverare nelle nuove risposte ed essere realmente motivati a interrompere la dinamica.
Mentre i giochi sono una fuga dall’intimità, decidere di smettere di giocare fa crescere l’intimità, anche quando ancora non è stato del tutto disinnescato. Il partner che per primo si accorge del gioco, ne parla all’altro e attraverso una buona dose di ironia, smonta la tensione che, invece di essere indirizzata al litigio, diventa motivo di intimità.
Il primo obiettivo del counselor o del terapeuta, è quello di rendere la persona consapevole del tipo di gioco che tende ad instaurare e chiarire i meccanismi che involontariamente attiva. La consapevolezza, permette di controllare il circolo vizioso del gioco e di attribuire un significato ai comportamenti di rifiuto, rabbia, aggressività che si manifestano nelle relazioni affettive.
Il secondo obiettivo è quello di sbloccare il meccanismo ripetitivo del gioco: inizialmente accompagnando la persona a recuperare lo "spazio di riflessione" soppresso dalle reazioni automatiche. Poi incoraggiandola a sperimentare comportamenti "alternativi", appropriati alla situazione presente, con cui sostituire quelli consueti e disfunzionali. In questo modo, diventa possibile gestire la dinamica del gioco, evitando di agganciare quello proposto dall’altro e bloccando il fluire del proprio.
Infine, è necessario disattivare il "tornaconto" negativo. Il gioco psicologico è finalizzato a ottenere riconoscimenti, ma poiché vengono utilizzate strategie inadeguate, l'esito è diverso rispetto alle aspettative. L'eliminazione della ricompensa negativa implica l'utilizzo di modalità più esplicite e dirette per manifestare le proprie richieste emotive.
La vita adulta, in quanto tale, rende disponibile un vasto repertorio di risorse, cui la persona può attingere per esprimere bisogni e sentimenti, tendendo conto dell'esperienza individuale dell'altro e della situazione contingente.
La liberazione dai giochi psicologici permette di costruire un rapporto affettivo basato su aspettative realistiche e sentimenti di reciprocità, quali punti di partenza per una relazione gratificante ed arricchente per entrambi i partner.



[1] E.BERNE, Ciao!...E poi?. La psicologia del destino umano, ed. Tascabili Bompiani, 2008,      Milano,p.150
[2] S. D'AMANTI, I giochi dell'Analisi Transazionale, ed. Xenia, 2011, Milano, pag. 24