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sabato 25 gennaio 2014

Noi , malati di tristezza

Cari amici, vorrei proporvi parte di una recensione di un libro interessante "L' epoca delle passioni tristi" edito da Feltrinelli, che Umberto Galimberti fece nel Giugno del 2004.



[...]Si tratta di passioni che lasciano le famiglie disarmate e angosciate all' idea di non essere in grado di provvedere al problema che affligge uno dei loro componenti, quindi di non essere una «buona famiglia», quando invece le passioni tristi hanno la loro origine nella crisi della società che, senza preavviso, fa il suo ingresso nei centri di consulenza psicologica e psichiatrica, lasciando gli operatori disarmati. In che consiste questa crisi? Da un cambiamento di segno del futuro: dal «futuro-promessa» al «futuro-minaccia». E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro (a differenza della psiche depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta concentrata sul presente) quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora «il terribile è già accaduto», perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l' energia vitale implode. Per i due psichiatri francesi, e io concordo con loro, tutto ciò è incominciato con la morte di Dio che ha segnato la fine dell' ottimismo teologico, che visualizzava il passato come male, il presente come redenzione, il futuro come salvezza. La morte di Dio non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi. La scienza, l' utopia e la rivoluzione hanno proseguito, in forma laicizzata, questa visione ottimistica della storia, dove la triade: colpa, redenzione, salvezza trovava la sua riformulazione in quell' omologa prospettiva dove il passato appare come male, la scienza o la rivoluzione come redenzione, il progresso (scientifico o sociologico) come salvezza. […] L' Occidente, abbandonato il pessimismo degli antichi greci che, a sentire Nietzsche: «Sono stati gli unici ad avere la forza di guardare in faccia il dolore», si è consegnato senza riserve all' ottimismo della tradizione giudaico-cristiana che, sia nella versione religiosa, sia nelle forme laicizzate della scienza, dell' utopia e della rivoluzione, ha guardato l' avvenire sorretta dalla convinzione che la storia dell' umanità è inevitabilmente una storia di progresso e quindi di salvezza. Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie, esplosioni di violenza, forme di intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il futuro dall' estrema positività della tradizione giudaico-cristiana all' estrema negatività di un tempo affidato alla casualità senza direzione e orientamento. Il futuro da «promessa» è diventato «minaccia». […]
Per dirla con Spinoza, viviamo in un' epoca dominata da quelle che il filosofo chiamava le «passioni tristi», dove il riferimento non era al dolore o al pianto, ma all' impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso, che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l' Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà. […]
Certo nessuno si reca a un consultorio psicologico per un adolescente esordendo: «Buongiorno dottore, soffro molto a causa della crisi storica che stiamo attraversando». In compenso i consultori sono quotidianamente sollecitati da genitori e insegnanti che non sanno più come far fronte all' indolenza dei loro figli o dei loro alunni, ai processi di demotivazione che li isola nelle loro stanze a stordirsi le orecchie di musica, all' escalation della violenza, allo stordimento degli spinelli che intercalano ore di ignavia. Come sono riconducibili tutti questi sintomi alla «crisi storica»? La mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nell' assoluto presente. Meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva. Ciò significa che nell' adolescente non si verifica più quel passaggio naturale dalla libido narcisistica (che investe sull' amore di sé) alla libido oggettuale (che investe sugli altri e sul mondo). In mancanza di questo passaggio, bisogna spingere gli adolescenti a studiare con motivazioni utilitaristiche, impostando un' educazione finalizzata alla sopravvivenza, dove è implicito che «ci si salva da soli», con conseguente affievolimento dei legami emotivi, sentimentali e sociali. La mancanza di un futuro come promessa non conferisce ai genitori e agli insegnanti l' autorità di indicare la strada. Tra adolescenti e adulti subentra allora un rapporto «contrattualistico» dove genitori e insegnanti si sentono continuamente tenuti a giustificare le loro scelte nei confronti del giovane, che accetta o meno ciò che gli viene proposto in un rapporto ugualitario. Ma la relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l' adolescente come un proprio pari significa non contenerlo, e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all' ansia che ne deriva. Quando i sintomi di disagio si fanno evidenti l' atteggiamento dei genitori e degli insegnanti oscilla tra la coercizione dura (che può avere senso quando le promesse del futuro sono garantite) e la seduzione di tipo commerciale di cui la cultura berlusconiana che si va diffondendo è un esempio. Senonché anche i giovani di oggi devono fare il loro Edipo, devono cioè esplorare la loro potenza, sperimentare i limiti della società, affrontare tutte le funzioni tipiche dei riti di passaggio dell' adolescenza, tra cui uccidere simbolicamente l' autorità, il padre. E siccome questo processo non può avvenire in famiglia dove, per effetto dei rapporti contrattuali tra padri e figli, l' autorità non esiste più, i giovani finiscono col fare il loro Edipo con la polizia, scatenando nel quartiere, nello stadio, nella città, nella società la violenza contenuta in famiglia. Sono, questi, due esempi dei molti che gli autori del libro illustrano per mostrare il nesso tra il passaggio storico del futuro come promessa al futuro come minaccia e le manifestazioni psico (pato) logiche del disagio dei giovani che non riescono più a percepire l' integrazione sociale, l' acquisizione dell' apprendimento, l' investimento nei progetti, come qualcosa di connesso a un loro desiderio profondo, che è poi il desiderio di desiderare la vita. A ciò si aggiunga che le passioni tristi e il fatalismo non mancano di un certo fascino, ed è facile farsi sedurre dal canto delle sirene della disperazione, assaporare l' attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla notte apocalittica che, dalla minaccia nucleare a quella terroristica, cade come un cielo buio su tutti noi. Ma è anche vero che le passioni tristi sono una costruzione, un modo di interpretare la realtà, non la realtà stessa, che ancora serba delle risorse se solo non ci facciamo irretire da quel significante oggi dominante che è l' insicurezza. Certo la nostra epoca smaschera l' illusione della modernità che ha fatto credere all' uomo di poter cambiare tutto secondo il suo volere. Non è così. Ma l' insicurezza che ne deriva non deve portare la nostra società ad aderire massicciamente a un discorso di tipo paranoico, in cui non si parla d' altro se non della necessità di proteggersi e sopravvivere, perché allora si arriva al punto che la società si sente libera dai principi e dai divieti, e allora la barbarie è alle porte. Se l' estirpazione radicale dell' insicurezza appartiene ancora all' utopia modernista dell' onnipotenza umana, la strada da seguire è un' altra, e precisamente quella della costruzione dei legami affettivi e di solidarietà, capaci di spingere le persone fuori dall' isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle, in nome degli ideali individualistici che, a partire dall' America, si vanno paurosamente diffondendo anche da noi. 


lunedì 25 novembre 2013

MA CHE STRESS...!?!


La parola stress è ormai diffusissima nei nostri discorsi ma che significa realmente e cos’è lo stress?
Il termine deriva dalla parola latina strictus ( stretto, serrato, compresso) e definisce la modalità di risposta dell’organismo a degli stimoli di natura fisica o psichica che interferiscono con l’equilibrio dell’organismo. Lo Stress deriva dalla teoria dell’OMEOSTASI che indica la capacità di autoregolazione degli esseri viventi, importantissima per mantenere costante l'ambiente interno, nonostante le variazioni dell'ambiente esterno (concetto di equilibrio dinamico).
Seley definisce in questo modo lo stress:
Lo stress è il processo attraverso il quale l’organismo si attiva in risposta ad uno stimolo ambientale o ad uno stimolo interno all’organismo stesso, e si prepara a fronteggiarlo in qualche modo”.
Da questa definizione non si evince nessuna accezione negativa del termine stress, quale invece comunemente lo intendiamo. 
Parliamo invece di stress con valenza negativa quando questa attivazione non ha successo, ossia quando questa attivazione non è in grado di rimuovere lo stimolo, o gestirlo, per poi tornare ad uno stato di quiete. In questi casi Seley parla di esaurimento, da cui il concetto di esaurimento nervoso.
Per questo motivo è importante avere strategie che ci aiutino ad attivare al meglio la nostra capacità di gestire gli agenti stressanti.


Agenti stressanti (gli Stressors) diversi provocano sempre la stessa reazione biologica che Seley definisce come  Sindrome Generale di Adattamento (S.G.A.)
Ogni stressor che perturba l'omeostasi dell'organismo richiama immediatamente delle reazioni regolative neuropsichiche, emotive, locomotorie, ormonali e immunologiche. Infatti si stanno moltiplicando le patologie legate ad uno stile di vita "stressante".


Le cause maggiore di stimoli stressanti non sono legate al lavoro e ai vari impegni, ma anche alle nostre relazioni, per cui imparare a gestire una vita relazionale sana, ci aiuta notevolmente ad eliminare le conseguenze negative dello stress.




Secondo Seley la SGA si articola in tre fasi:
  •     * La prima fase detta "allarme" attivata dalla presenza dello stimolo ambientale (positivo o negativo) innesca la risposta primordiale alla sopravvivenza, sia a livello fisico (aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della glicemia, del tono muscolare, del metabolismo e di alcuni neurotrasmettitori),sia a livello psico emotivo con l'aumento dello stato di allerta e di "tensione emotiva".
  •     * La seconda fase detta "resistenza", è di estrema importanza, poiché mette in atto un complesso programma, sia biologico che comportamentale, che sostiene la risposta agli stimoli ambientali, con l'attivazione di una complessa risposta ormonale che ci aiuta inizialmente a resistere all'interazione con gli stimoli ambientali.
  •     * A questo punto se non avviene la CONCLUSIONE (superato lo stress, si torna ad un periodo di calma) si passa ad una terza fase detta "esaurimento". Questa rappresenta, purtroppo, il fallimento dei tentativi attuati dai meccanismi difensivi per realizzare una risposta adeguata agli stimoli ambientali. Questa fase determina inconsapevoli alterazioni permanenti. L'organismo perde la capacità di adattarsi in modo funzionale agli stimoli ambientali, mantenendo una risposta ormai inadeguata che predispone allo sviluppo di malattie anche croniche, che possono interessare sia la sfera fisica che psicologica.


Il modo che ognuno di noi trova per fronteggiare una situazione di stress è definito da Lazarus e Folkman, “coping”.  Quindi il COPING è l’insieme delle strategie cognitive e comportamentali messe in atto dalla persona per fronteggiare una situazione di stress. Il coping può essere interpretato come uno stile o un tratto tipico della persona. Infatti i tratti della personalità sono i modi di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi.

sabato 23 novembre 2013

EMOZIONI, UN MONDO SCONOSCIUTO

Le emozioni svolgono un ruolo essenziale nella nostra vita. Etimologicamente il termine EMOZIONE deriva dal latino moveo e dal prefisso ex quindi movimento da, esse ci spingono a muoverci. Le emozioni, quindi, ci spingono ad agire; sono piani d’azione per gestire, in tempo reale, le emergenze della vita. Esse hanno una funzione adattiva, ad esempio: la paura ci spinge a fuggire o a reagire quando percepiamo un pericolo, a volte ci salva; la rabbia ci spinge all’attacco e a difendere i nostri bisogni, la gioia e l'amore ci aiutano ad innamorarci…
Ogni emozione nasce quindi in relaizone ad uno stimolo e in modo particolare, in base al significato che attribuiamo allo stesso

L’emozione è una reazione improvvisa e interessa tutto l’organismo, per cui interessa:

  • componenti fisiologiche (il corpo),
  • cognitive (la mente),
  • comportamentali (le azioni).

Daniel Goleman parla del mondo emozionale definendolo come un secondo tipo di intelligenza perchè parte da un'altra parte del nostro cervello. L'intelligenza razionale è collegata all’attività della neo-corteccia (rappresenta la modalità di comprensione cosciente, consapevole, frutto della riflessione, ponderata) quella emotiva, più antica, è legata all’amigdala (è più rapida nelle reazioni, prima l’emozione e poi il pensiero). Con una mente pensiamo con l’altra sentiamo.
Le 2 menti funzionano diversamente. Nella mente emozionale i problemi non sono analizzati analiticamente, ma c’è una logica associativa, si serve di ricordi, sensazioni, impressioni…
Il nostro modo di comportarci nella vita dipende da entrambe.
Quando parliamo di intelligenza emotiva di cosa parliamo? Della capacità di motivare se stessi e di continuare nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, si tratta di controllare gli impulsi e rimandare le gratificazioni, di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, si tratta della capacità di essere empatici e di sperare…
Possiamo essere dei grandi scienziati, aver sviluppato molto la nostra mente razionale, ma questo non significa che abbiamo delle buone competenze relazionali, queste infatti, sono legate alla nostra intelligenza emotiva.
Un buon quoziente di Intelligenza Emotiva ci permette di:

  1. Avere consapevolezza delle proprie emozioni: la capacità cioè di riconoscere e nominare un'emozione nel momento in cui si presenta (so cosa sento e provo).
  2. Gestione delle nostre emozioni : capacità di esprimerle in modo appropriato e di decidere come e quando senza lasciarci sopraffare o schiacciare. (scelgo come viverle) 
  3. Motivazione di se stessi: capacità di dominare le emozioni per raggiungere un obiettivo, cioè la capacità di ritardare la gratificazione. (scelgo quando viverle)
  4. Riconoscimento delle emozioni altrui: empatia.
  5. Gestione delle relazioni: chi sa gestire le proprie emozioni si relazione con più facilità ed è capace di intimità e stabilità.
Purtroppo non siamo educati al mondo emozionale, anzi, spesso i nostri genitori, inconsapevolmente, ci hanno diseducato proibendoci di provare alcune emozioni dicendoci: "non ti arrabbiare, non piangere, sii umile, ecc...." per questo un percorso di counseling potrebbe aiutare a riappropriarci di tutto il nostro patrimonio emozionale e imparare a gestirlo al meglio.



Qual’è la differenza fra sentimenti ed emozioni?

Il senso (la finalità) più evidente delle emozioni appare quello di stimolare un’adeguata reazione comportamentale, ad esempio: percepisco un pericolo, provo paura, scappo, chiedo aiuto o mi difendo; un evento mi apre nuove ed interessanti opportunità, provo gioia e corro a condividerla con i miei amici più cari. 

Mentre le emozioni rispondono in modo veloce agli eventi della vita, i sentimenti accompagnano in maniera più duratura gli investimenti affettivi che operiamo intorno a noi. Chiamiamo, infatti, sentimento ciò che proviamo verso un "oggetto" (persona, animale, cosa o situazione) che assuma un valore relativamente stabile per noi, o meglio, in relazione ai nostri bisogni e desideri. Sono sentimenti l’amore, l’innamoramento, l’odio, l’invidia, la gelosia. Quando un sentimento invade prepotentemente la nostra vita parliamo di una passione.

ROMANTICISMO? NO GRAZIE!

Parlando di romanticismo, non ci riferiamo alle tenerezze e alle attenzioni che ci si scambiano in coppia, ma ad un vero e proprio movimento culturale e sociale sviluppatosi negli anni ’60, che ha portato la coppia a centrarsi sull’amore e sulla relazione dei due partener. Ma se questo è vero, come mai ci sono così tante coppie che falliscono? Come mai si sono incrementati in modo esponenziale il divorzio e relazioni di coppia molto brevi che non portano a un progetto condiviso, ma che spesso lasciano più ferite che soddisfazioni?

L’ideale neoromantico dell’amore si è quindi sviluppato in opposizione alla concezione della coppia basata solo su forme rigide ed esteriori, e alimentata esclusivamente dal bisogno di sopravvivenza, dell’allevamento dei figli e della buona fama, e che spesso coincideva con un sacrificio enorme soprattutto da parte delle donne. 
Una reazione certamente comprensibile ma che porta a considerare l’esperienza emotiva amorosa come l’assoluto relazionale, per cui fa poggiare un rapporto di coppia su qualcosa di momentaneo e poco realistico, anche perché se andiamo a considerare il significato e la qualità di questo amore, che tiene le coppie contemporanee, ci accorgiamo di ritrovare tanti tipi di “amore”.
L’ideale amoroso odierno tende a considerare vero amore, solo l’esperienza forte e appagante che i partener sperimentano nel periodo dell’innamoramento, e si ha la pretesa che quest’intensità possa durare per tutta la vita della coppia, per cui, se svanisce, automaticamente finisce anche la coppia. Durante il periodo dell’innamoramento, infatti, è possibile sperimentare la pienezza dell’incontro amoroso in tutto il suo fascino e la sua carica emotiva.
Nella fase dell’innamoramento la coppia è concentrata esclusivamente su se stessa e nell’apice della passionalità e della novità i due partner iniziano una danza di conoscenza e di complicità carica di potenzialità, ma che ancora non ha la possibilità di esprimersi. In questo stadio sono presenti tanti elementi illusori, proprio perché si tende a idealizzare la persona amata concentrandosi solo sugli aspetti che ci attraggono e che, in un certo modo, rispondono ai nostri bisogni più profondi di considerazione, unicità, riconoscimento e accettazione. L’elemento nevrotico comune, presente nell’innamoramento, è la tendenza alla fusione per cui le diversità si assottigliano e rimangono nello sfondo. L’innamoramento ripropone la fusione infantile con la madre e questo è evidente anche nei gesti, nei nomignoli, nel tono della voce che diventa più dolce, negli avvinghiamenti e nelle reazioni dei partner. È come se si ritornasse bambini, per cui si sperimenta una nuova energia, una nuova felicità capace di portare a gesti folli e irresponsabili. I confini tra “io” e “tu” sono molto sfumati e grazie a quest’unità ritrovata i problemi personali sembrano sparire.
Questo genera anche la dipendenza dei due, che non riescono a sopportare la distanza e nello stesso tempo permette di creare uno spazio in cui pian piano cresce l’intimità. Infatti, se durante il corteggiamento si mettono in campo solo i lati migliori e le proprie qualità, durante l’innamoramento si inizia a condividere anche la propria vulnerabilità parlando delle proprie paure e dei dolori, cominciando a raccontare le proprie esperienze negative e il proprio vissuto. In questo senso, ciascun membro inizia ad essere per l’altro un rifugio emotivo in cui si ha l’illusione di trovare, in modo incondizionato, protezione nei momenti di ansia, pericolo, stress e paura. Nello stesso tempo iniziano già a comparire gli stili relazionali propri di ciascuno, per cui ogni membro tende a riproporre la stessa modalità che ha vissuto nella simbiosi materna. Anche se tutto questo è vero, sarebbe un grave errore ridurre l’innamoramento all’analisi degli aspetti illusori e nevrotici, come fanno spesso alcuni terapeuti, perché si priverebbe la relazione delle sue migliori potenzialità, giacché in questa fase si vede realizzata, in modo magico, la relazione che sarà costruita con fatica nel corso del tempo. Rispetto a quello che abbiamo detto, è evidente il pericolo che l’altro si rivesta del ruolo del salvatore e che gli si dia la responsabilità di tappare i “buchi” affettivi, ma nello stesso tempo contiene la possibilità di dare una direzione alla propria vita, per cui si tradurrebbe in un progetto fecondo e realizzabile. L’innamoramento risulterebbe pertanto, come una visione del futuro, una promessa di pienezza, una carica fortissima a cui attingere anche nei momenti critici che verranno in seguito, per cui è importante che si viva pienamente con tutte le sue contraddizioni e nevrosi.
Se è vero che la fase dell’innamoramento è essenziale per la costruzione dell’intimità e della relazione all’interno della coppia, è altrettanto vero il pericolo di identificare l’amore solo con questo tipo di relazione. Questo è l’errore più grande dell’ideologia neoromantica[2] e che in questo capitolo cercheremo di smascherare.
 “Siamo una sola persona”. L’amore come simbiosi
Frasi ritenute romantiche, importanti e segno di un grande amore dalla cultura contemporanea, come “tu sei tutto per me”, “siamo una persona sola” “senza di te non posso vivere” o atteggiamenti ritenuti romantici, come quello di avere un profilo facebook con il nome di entrambi, invece di quello individuale, lo scambio ininterrotto di sms, l’impedimento da parte di uno dei partner di frequentare ambienti o coltivare interessi non condivisi, e così via…, nascondono invece le nevrosi e i pericoli più grandi per una relazione.
In queste frasi, infatti, e nell’ideale neoromantico, si nasconde la concezione dell’amore come simbiosi. «Partendo da questo desiderio di unità, concetti come «essere autonomi», «essere separati», «distanziati» appaiono l’esatto contrario dell’amore e, anzi, sono vissuti come minaccia al rapporto».[3] Nella simbiosi si matura la convinzione che si può essere completi solo nella coppia, per tanto si evitano gli scontri necessari per definire i confini tra l’“io” e il “tu”, e quando si arriva al conflitto, la pace deve essere ristabilita il prima possibile, perché è percepito come un pericolo alla rottura della simbiosi. L’assoluto diventa l’armonia da preservare ad ogni costo, ma questo modello trasforma la relazione in una prigione, anche se può apparire con le sbarre d’oro. Ad un certo punto però la sessualità inizia a dare segnali inequivocabili diventando meno interessante e appagante, proprio perché i due hanno smesso di essere due individui distinti e l’affievolirsi della passionalità e dell’eros è una protesta inconscia contro la simbiosi. L’individualità di ciascuno cerca in tutti i modi di riemergere, per tanto potrebbero iniziare a comparire sintomi fisici apparentemente inspiegabili come emicranie, allergie, disturbi di stomaco o depressioni. Questo accade perché, come afferma F. Perls, «l’organismo sa tutto. Noi sappiamo pochissimo»[4].
Come abbiamo accennato prima, nella fase simbiotica dell’innamoramento si ripropone la relazione del bambino con la madre, quando il suo “Io” non è ancora definito in maniera chiara e quando il bambino percepisce la madre come una parte di se e come qualcuno che è a sua completa disposizione. «Naturalmente ciò non dipende solo dalla madre. Il modo in cui il padre la sostiene, lasciando che essa sia a completa disposizione del bambino, ma anche staccandolo da lei per mostrargli il mondo, per poi riportaglielo ogni volta che lo desideri, è decisivo per il superamento di questa fondamentale fase della vita»[5]. A. Ferrara, portando il contributo della Gestalt descrive il padre e la madre come due simboli di bisogni fondamentali del bambino, attribuendo all’uno il principio di evoluzione, e all’altro quello di sopravvivenza. Per cui il bambino ha bisogno di integrare «entrambi i modelli genitoriali. […] Il bambino ha bisogno di integrare il padre, simbolo di affermazione e assertività, che gli insegna i valori e lo guida verso la propria realizzazione. Il padre rappresenta la polarità della madre che invece offre il dolce rilassamento degli abbracci fusionali e che insegna lo stare e il lasciarsi perdere nella contemplazione»[6]. Se in questo processo il bambino sarà spinto troppo presto all’autonomia, senza aver prima sperimentato un rifugio stabile e sicuro con la madre, o al contrario sarà tenuto troppo tempo nella simbiosi e nella dipendenza dalla madre, senza sperimentare la sua unicità, e quindi, senza integrare in se, le due figure genitoriali, crescerà con un deficit relazionale che tenderà a compensare nella vita adulta. Pertanto l’adulto cercherà, inconsciamente, un partner che possa restituirgli quello che non ha avuto a sufficienza nella sua infanzia.
Anche in questo caso sussiste  un’ambivalenza, come abbiamo già fatto notare, in quanto la fase simbiotica dell’innamoramento potrebbe realmente aiutare a chiudere una gestalt antica ancora aperta e quindi, guarire qualche ferita affettiva del passato. Se questo avviene però, la relazione si aprirà ad altre fasi, come quella successiva di differenziazione e crescerà nella relazione. Quando invece, rimane una condizione duratura e costante, porterà soltanto ad acuire una  fame di affetto e di sicurezza che provocherà la morte della coppia e dell’individualità e conseguentemente la ricerca continua e sempre nuova di un'altra persona che dovrà colmare i suoi deficit.
L’ideologia neoromantica oltre a proporre l’amore come simbiosi, tende a considerare il partner come il mezzo della propria realizzazione, per cui l’amore viene confuso con l’idea che l’altra persona deve farmi sentire appagato e realizzato. Anche qui ci troviamo davanti al protrarsi di un’esperienza normale e importante che si vive nell’innamoramento, quando ci si sente improvvisamente più attraenti, più forti e sicuri di sé, perché il riconoscimento del partner diventa un nutrimento fondamentale per la nostra autostima. Quando il primo partner inizia a sentire che l’altro/a non riesce a colmare il bisogno di realizzazione «comincia a rivendicare i suoi bisogni a voce alta e a lottare per soddisfarli. L’altro si sente minacciato, come se qualcosa gli venisse sottratto, e risponde a questi attacchi difendendosi e rinfacciando a sua volta»[7], perché in questa idea di amore non possono coincidere la realizzazione autonoma di entrambi e l’amore stesso, ma uno dev’essere a servizio della realizzazione dell’altro, in quanto questi, è il mezzo attraverso il quale io mi sento realizzato. Seguono una serie crescente di litigi che cercano di rimettere l’altro nel ruolo del padre o della madre, perché alla base potrebbe esserci la ricerca di un apprezzamento genitoriale deficitario. Infatti se ci fermiamo a guardare oltre la corazza di queste persone «vediamo dei piccoli bambini abbandonati che urlano cercando di attirare l’attenzione della madre, e poiché questa gliela rifiuta tentano di ottenerla con la forza.»[8]
Ma è davvero inconciliabile l’amore con l’autorealizzazione? Non è vero che l’Io trova in essa il suo pieno compimento? Anche in questo caso possiamo vedere che l’errore dell’ideologia neoromantica è quello di assolutizzare un aspetto dell’amore e renderlo una pretesa più che un cammino percorribile nell’intimità e nello scambio con l’altro/a. Effettivamente una persona trova la sua pienezza nell’amore, ma soprattutto in quello che è capace di dare e non di pretendere e rivendicare.
La fame di riconoscimento fa centrare l’individuo su se stesso e sui propri bisogni senza guardare quelli del partner, l’amore invece è un flusso costante che va dai propri bisogni a quelli dell’altro, porta cioè a donarsi all’amato senza dimenticarsi di sé. L’amore diventa maturo proprio quando, nell’intimità, si abbandona all’altro nella dinamica del dono. Questo presuppone una consapevolezza di sé e dei propri bisogni, altrimenti si potrebbe confondere con la negazione di sé e alla sottomissione, che sarebbe un altro modo nevrotico di intendere l’amore. Ecco perché dicevamo che questa realizzazione di se nell’amore costituisce il cammino della coppia e non il punto di arrivo, infatti il primo passo verso il dono di se è la consapevolezza che l’altro sia diverso da me, sia altro.
            Questa “completezza” è un’esperienza normale nell’innamoramento, ma diventa nevrotica se resiste a lungo nella coppia e si fossilizza come la pretesa che l’altro  sazi la mia fame relazionale. Questo pericolo diventa molto comune in questa società che propone stili di vita frenetici in cui non c’è spazio se non per relazioni immediate e superficiali. Dal lavoro, al condominio e alla politica ogni giorno siamo bombardati di relazioni frustranti e spesso solo di facciata, per cui la coppia diventa l’unica isola in cui si pretende di essere accolti e soddisfatti nei bisogni affettivi. Per cui, «gli uomini cercano rifugio in cure di tipo materno o nella sessualità (e la seconda spesso è solo un’altra forma della prima), e le donne in conversazioni sentimentali e intime o in tenerezze senza secondi fini. Ognuno dei due chiede all’altro di colmare una lacuna […]. Si instaura quindi il modello di coppia formata da due bambini «affamati». »[9] La conseguenza di ciò porta o alla rassegnazione nei confronti del partner, per cui la relazione diventa sempre più piatta e stanca e ci si impegna nel lavoro, sui doveri, lo si compensa con il cibo, la televisione, lo shopping e simili; oppure si cercano relazioni che compensino il bisogno di vicinanza. Per cui si moltiplicano i tradimenti o se si hanno figli, spesso, soprattutto da parte delle donne, questi diventano segretamente, i sostituti dei mariti. Il moltiplicarsi di relazioni fuori dalla coppia e triangolazioni non dipende, per la maggior parte delle volte, dalla superficialità della relazione, ma soprattutto dal fatto che si è trasferito sul partner una pretesa impossibile, che restando insoddisfatta spinge alla compensazione.
È una pretesa impossibile, proprio perché non esiste una sola persona capace di soddisfare il nostro bisogno di relazione e di vicinanza, per questo è importantissimo che la coppia, dopo un certo tempo, si apra ad altri rapporti personali, sia come coppia, sia come singoli. Per cui costruire una rete di amicizie, anche profonde, diventa l’antidoto alla pretesa assoluta e al bisogno relazionale inappagato. L’ideale contemporaneo di amore invece, vede il bisogno di altre relazioni come una minaccia alla coppia o lo legge come la fine della stessa, pertanto o la coppia termina la relazione o continua e si circonda di tradimenti e compensazioni di ogni sorta.
L’innamoramento è un periodo importantissimo e ricchissimo, ma pur sempre limitato, infatti dopo questa fase in cui la simbiosi è l’elemento più caratterizzante, ma è anche la base su cui si costruisce una futura intimità, è necessario continuare il cammino della coppia.
Ma se l’innamoramento ripropone la simbiosi del bambino con la madre, possiamo paragonare le fasi ulteriori dell’evoluzione della coppia, ad altrettanti stadi dello sviluppo della persona? In realtà a questa domanda hanno risposto E. Bader e P. Pearson[10]  che, riprendendo il modello evolutivo della psicoanalista Margaret Mahler, individuano 5 fasi in cui si organizza lo sviluppo di una relazione di coppia.
La coppia quindi, come il bambino dai zero ai tre anni, attraversa inizialmente la fase della simbiosi, che abbiamo già chiamato innamoramento e lo abbiamo argomentato ampiamente. Nel cammino di una coppia segue una fase di differenziazione, durante la quale ciascun partner inizia a cogliere le differenze rispetto all’altro; riemergono i bisogni personali e si ristabiliscono i confini, per cui emergono gli stili relazionali di ciascuno. È come se si tagliasse il cordone ombellicale.  Successivamente la coppia vive un periodo di sperimentazione. Questa fase è molto delicata perché i partner hanno il bisogno di sentirsi come individui e sperimentarsi e confrontarsi con l’esterno. Emerge il desiderio dell’autonomia e l’altro può essere percepito come limitante. Ma se la relazione di coppia resiste a questa tempesta e l’affronta creando intimità e sostenendosi in questi bisogni, si giungerà al desiderio di mettere in dialogo due individualità e condividere maggiore intimità. È questa la fase che chiamiamo di riavvicinamento. Questo è il momento in cui ciascun partener sente la possibilità di mostrare se stesso senza il timore, anche nella vulnerabilità. Dopo tutto questo cammino, si giunge finalmente alla mutua interdipendenza, nella quale si raggiunge la piena intesa, attraverso la condivisione dei valori, che stabilisce autonomia e interdipendenza.
Non sempre l’evoluzione riesce a completarsi, e questo significa l’insorgenza di problematiche più o meno dolorose, o la rottura del rapporto. Se entrambi i partner non progrediscono attraverso queste fasi evolutive, si genereranno conflitti e si avranno blocchi evolutivi, che spesso possono essere la riproposizione nella coppia dei blocchi personali di ciascun individuo.






[1] H. JELLOUSCHEK, L’arte di vivere in coppia, Edizioni Scientifiche Ma.Gi. srl, 2003, Roma, p.15
[2] Continueremo a chiamare così l’ideale d’amore della cultura contemporanea, utilizzando  l’accezione di H. JELLOUSCHEK, op. cit.
[3] Ibidem, p.29
[4] F.S.PERLS, La terapia Gestaltica parola per parola, ed. Astrolabio, 1980, Roma, p.30
[5] H. JELLOUSCHEK, op. cit. p.33
[6] A. FERRARA, Gestalt integrate: contatto, conflitto, adattamento complesso, in “Psicoterapia della Gestalt. Per una scienza dell’esperienza, Atti del IV Congresso Internazionale, ed. Centro Studi Psicosomatica, 1991, Siena, p.167
[7] H. JELLOUSCHEK, op. cit. p.49
[8] Ibidem, p.50
[9] Ibidem, op. cit., p. 58
[10] E. BADER E P. PEARSON, In Quest of the Mytical Mate. A developmental approach to diagnosis and treatment in couples therapy, Psychology Press, 1988.

venerdì 22 novembre 2013

LA COPPIA, OLTRE LA VERGOGNA

Sebbene il bisogno relazionale sia connaturale ad ogni uomo e donna, proprio in questo aspetto sperimentiamo le difficoltà maggiori e ci accorgiamo che è il campo di battaglia in cui ci feriamo maggiormente e in cui attuiamo strategie complesse, spesso anche inconsapevoli per difenderci e sopravvivere. Questo avviene perché il bambino nasce impreparato alla relazione e apprende le modalità e lo stile attraverso il confronto con i genitori. Da loro e dall’ambiente familiare impara a sentirsi a proprio agio o a provare vergogna o ansia, a riconoscere i propri bisogni o a reprimerli, a sentirsi capace di andare per il mondo o a provare un senso di inadeguatezza.

Robert G. Lee, un terapeuta gestaltico, ha lavorato molto con le coppie, aiutandole a costruire l’intimità desiderata e nel corso della sua esperienza, evidenzia l’ efficacia di un seminario da lui tenuto su “Il linguaggio segreto dell’intimità”.

 L’autore si propone di aiutare le coppie a individuare e comprendere le dinamiche nascoste che regolano i loro rapporti, in modo da scoprire il potere nascosto che deriva dai loro desideri più profondi e si sofferma sulla dinamica della VERGOGNA.

La prospettiva nuova realizzata da Lee, porta a considerare la vergogna, non come qualcosa di umiliante ma, come un tentativo di protezione all’interno di un contesto relazionale. «Un aspetto connaturato alla vergogna è il nascondersi. Nell’esperienza della vergogna sentiamo che il nostro desiderio profondo è inaccettabile: è sciocco, vergognoso, esagerato o insufficiente, inadeguato o impensabile. Perciò pensiamo che […] esso non verrà accolto. Quindi nascondiamo il nostro desiderio profondo e il risultato è che non ne possiamo parlare in modo diretto.»[1]

La vergogna verrebbe in nostro aiuto per difenderci dai nostri stessi bisogni che riteniamo non accettabili; blocca il nostro proposito di andare verso l’altro quando crediamo che non saremo accolti e non troveremo un sostegno sufficiente. «L’esperienza della vergogna è sempre un tentativo di protezione, all’interno di un contesto relazionale.»[2]

Nel subire un attacco di vergogna la nostra vulnerabilità ne risente al punto che, usando il linguaggio della vergogna, finiamo per nascondere il nostro desiderio di vicinanza. La vergogna si può considerare anche un indicatore di un implicito bisogno di contatto. Spesso nelle dinamiche relazionali entrano in gioco desideri profondi che restano al di fuori della consapevolezza. Se questi segreti affiorano alla coscienza possiamo correre il rischio di provare vergogna. 
La vergogna viene associata ai nostri desideri (affetti, bisogni, modi di essere nel mondo) non accolti dall'ambiente, il quale non ha saputo rispondere alle nostre richieste in determinate situazioni. Pertanto le esperienze precoci di mancato accoglimento da parte di persone significative portano allo sviluppo di una vergogna di fondo. «Si tratta della componente attiva, o del catalizzatore, di gran parte delle retroflessioni inconsapevoli, in cui invertiamo la nostra energia e la rivolgiamo verso noi stessi, come quando, per esempio, ci conteniamo da soli invece di essere contenuti da qualcun altro».[3]
Le persone, quando scelgono un partner, hanno già sviluppato degli “adattamenti” creativi che incorporano quella che Lee chiama “vergogna di fondo”, e lo fanno in uno stile personale di contatto. L’esperienza passata delle persone incide notevolmente, sulla possibilità o meno, di funzionare nella dimensione dell’appartenenza o in quella della vergogna. Come abbiamo già visto, la propria famiglia di origine gioca un ruolo decisivo nella creazione dell’intimità con il proprio partner e nello sperimentare il senso di appartenenza.
«Il risultato è un incompensabile tentativo di proteggerci (e di proteggere gli altri nel nostro campo relazionale), sviluppando una vergogna di fondo»[4], cioè il nostro adattamento creativo ad una prolungata percezione di negazione o delusione verso le nostre richieste in determinate situazioni, in cui abbiamo riconosciuto un nostro bisogno e lo abbiamo legato alla vergogna, per cui lo abbiamo disconosciuto come facente parte del nostro campo.
L’incapacità di percepire nei nostri legami la dimensione dell’appartenenza, influenza negativamente le interazioni future, compromettendo la possibilità di avvicinamento al proprio partner. Quando il desiderio di vicinanza non viene compreso dall’altro, nasce la paura che si ripeta il fallimento sperimentato in relazioni importanti. Come afferma Laura Perls[5], paura e rischio creano la particolare vibrazione che caratterizza la tensione verso l’altro, in ogni interazione significativa di coppia in cui si rifà il cammino delle nostre interazioni significative. La vergogna di fondo fa parte del bagaglio di esperienze che le persone portano nella coppia quando si incontrano. Per questo in una consulenza/terapia di coppia è importante portare a consapevolezza di questi bisogni rimossi e del desiderio di vicinanza, camuffato dalla vergogna.
Quando un membro della coppia subisce un attacco di vergogna in mancanza di un sostegno sufficiente, utilizza delle strategie per gestire i momenti di rottura del proprio equilibrio. Per cui è importate, quando si lavora con la coppia, aiutare ciascun partner a diventare consapevole delle proprie strategie creative, l’«adattamento creativo ai momenti in cui viene a mancare il sostegno necessario dalle persone che ci circondano»[6]. Queste strategie sono legate alla storia dell’individuo, e possono essere stare apprese, come imitazione, anche dai messaggi non verbali dei genitori. Per esempio se un genitore ha sempre scoppi di ira davanti alla manifestazione della paura da parte del figlio, questo bambino da adulto può avere un attacco di vergogna davanti a momenti di paura o incertezza, sua o del partner, e reagire con lo stesso temperamento del genitore. Oltre all’apprendimento dal comportamento del genitore, la vergogna personale, può avere origini più complesse che si possono individuare nella vergogna di fondo dell’intero sistema familiare o culturale. Attraverso questa consapevolezza, ciascuno dei partner, può vedere come il proprio atteggiamento difensivo possa sbilanciare l’altro, allontanandolo dal suo bisogno, a tal punto, da indurre a credere, che non sia possibile ottenere ciò che si sta cercando. Davanti all’attacco di vergogna di un membro della coppia, l’altro sentendosi sbilanciato, risponderà automaticamente mettendo in atto la propria vergogna di fondo, e in questo modo la difesa dell’uno alimenta quella dell’altro, in un crescente sempre più umiliante, fino a quando uno dei due non riesce ad avere consapevolezza, a riconoscere il proprio bisogno ed accogliere il partner nella sua vergogna.
Il percorso di consapevolezza, suggerito da Lee, porta le coppie a sviluppare una buona sicurezza di base, grazie a una comprensione vissuta, dell’importanza del sostegno nelle interazioni di coppia. Comprendere il linguaggio segreto dell’intimità permette di trasformare gli effetti negativi di una possibile vergogna, in modo che l’esperienza della vergogna passi, dal procurare allontanamento ad un’opportunità di sviluppo di una relazione.
Solo quando la coppia raggiunge un alto grado di sicurezza emotiva, può essere libera di esprimere i propri sentimenti, i propri desideri, bisogni e preoccupazioni.


[1] R.G. LEE, Il linguaggio segreto dell’intimità, ed. FrancoAngeli s.r.l., 2009, Milano, p.34

[2] Ibidem, p.37

[3] Ibidem, p.38

[4] Ibidem, p.43
[5] Cfr. M. SPAGNUOLO LOBB,  in "Il Linguaggio segreto dell'intimità", op. cit. p. 86
[6] R.G. LEE, Il linguaggio segreto dell’intimità. Op. cit. p.49